Ragazzi, anche oggi l’ho vista, l’ho-vista, l’h-o-v-i-s-t-a! Da molto vicino e piuttosto bene. Che meraviglia di femmina! Mi sa che ne sono proprio cotto, solo a parlarne mi tremano tutte le gambe per l’emozione!

Neanche se faccio tre chilometri a rotta di collo su per una salita ardita il cuore mi si strapazza così, ho tanta di quella salivazione che sto sbavando come un lumacone in mezzo alla lattuga e la lingua mi si è allungata fino a terra!
Dico, ma voi, poveri pellegrini che mi leggete, l’avete mai provata un’emozione del genere?
Solo vederla, dico, solo vederla camminare, col quel suo passo ritmico da ballerina di latinoamericani impegnata in una sensuale rumba; una sculettata a destra zac, una sculettata a sinistra zac, una sculettata a dest... ma che vi sto a raccontare, oh!
Ecco, avete visto cosa fa l’amore? Prima ancora di essermi dichiarato ne sono geloso anche solo a parlarne. Ma ormai non sto più nella pelle e lo farò al più presto, anzi, domani stesso.
Perché dovete sapere che lei vive nella mia stessa via, si è trasferita qui da pochissimi giorni assieme a tutta la famiglia e io, curioso, ero fuori quando è arrivato il furgone dei traslochi sapendo del nuovo insediamento.
Il trasloco è sempre stata per me un’operazione traumatica e sono stato felice di constatare che anche per i nuovi arrivati è stato così, ribadisco il concetto, il trasloco è un momento della nostra vita del quale chiunque farebbe volentieri a meno.
Appena hanno parcheggiato sono trotterellato scodinzolando fino alla cancellata, ho ficcato il tartufo tre le sbarre e, aguzzando la vista, ho seguito le grandi manovre piantato lì come una statua di gesso dei nanetti giardinieri. Loro hanno occupato una villetta dall’altro lato della strada, verso il fondo. La nostra via non è lunga e così ho potuto controllare tutta la fase operativa.
E’ stato un andirivieni frenetico di facchini, furgoni, macchine, motorini, un gran sbracciamento di gru, un continuo su e giù di montacarichi e spalloni… insomma il tipico bailamme di queste occasioni.
Al principio non ci ho capito una mazza e, nella confusione generale, non sono riuscito ad inquadrare chi fossero i nuovi occupanti. Sul marciapiede un gran spargimento di mobili e suppellettili, scatoloni, imballaggi fai da te, il tutto animato da un concitato movimento accompagnato da qualche strillo isterico, urla dei forzuti, issa di qua, spingi di là; un casino che più bestiale di così non si può.
Stranito, sono rimasto basito nel vedere quante tonnellate di roba deve portarsi appresso una comunissima famiglia di cinque individui per rendere confortevole il focolare domestico. Solo le televisioni! Credo di averne individuate almeno tre o quattro. Se tanto mi dà tanto non oso pensare quanti telefonini posseggano i nuovi arrivati.
Il loro odore m’arrivava indistinto e non sono riuscito a classificarli bene dalle loro emanazioni olfattive. Affidandomi alla vista, che non è proprio il mio forte, l’unica cosa che ho inquadrato bene è il colore dei capelli.
Il papà, già sull’anzianotto, ne ha pochini e sono tutti grigi, la capafamiglia, di poco più giovane, almeno così pare da lontano, li ha chiaramente tinti. Troppo scuri. Uno dei figli è un ragazzetto ancora imberbe e li porta corti corti castano chiari, spero per lui naturali, l’altro è una ragazza attorno alla ventina vestita di scuro e li ha stratinti rosso fiamma, il quinto componente di questa tipica famigliola è la cagnetta di costei, una yorkshire terrier castana mechata di biondo. Lei è tutta naturale, appartiene a quella buffa razza dal pelo lungo e grandi mustacchi che partendo dalle gote arrivano quasi a terra, una razza vivacissima dotata di occhietti spiritati e pungenti come spilli.
Dai frequenti richiami ho capito che le due ragazze si chiamano Cri e Lola. Fantasia zero neh? Per la cronaca, Cri è quella con due sole gambe, ma belle lunghe però. Quando ho sentito la madre chiamarla credevo si rivolgesse alla quadrupede; che strani nomi vanno in auge da qualche tempo in qua tra gli umani!
Insomma, di riffa o di raffa anche questa loffia operazione d’insediamento è arrivata alla fine e ho subito pensato come volgere a mio vantaggio questo accrescimento demografico che mi riguarda tanto da vicino visto che per andare al pratone comunale adibito al passeggio, allo jogging e ai bisogni canini devono per forza passare davanti a noi, che abitiamo d’angolo con la strada principale.
Di conseguenza, avendo la possibilità di accompagnare per tutto il perimetro del giardino il loro transito aldilà dell’inferriata, mi sono preoccupato di marcare con cura il territorio, innaffiando doverosamente i punti strategici con schizzetti ben dosati e mirati di urina.
Misura precauzionale, non voglio aver sorprese in futuro e trovare da discutere con altri maschi. Dato che qui davanti passano tutti i cani e porci della via, che non mi si venga a dire poi che possono fare i loro comodi proprio davanti al mio tartufo perché non ho accuratamente marcato il territorio. Cazzo, mica sono scemo.
Tanto più che ci sarà da litigare lo stesso perché poco lontano abitano due o tre maschi rozzi e prepotenti, di quelli che quando passano guardano in cagnesco e si permettono persino di latrare sbavacchiando saliva solo per antipatia e cattiveria. Provate ad immaginare la cagnara che faranno appena ci disputeremo i nuovi arrivi! Prevedo grane, e qualche morsico feroce. Speriamo che siano vaccinati contro la rabbia.
Ma per lei sarei disposto a fare l’amministratore di condominio, a circumnavigare l’Africa via terra, a passare il Natale all’Isola di Pasqua, a mangiare Hot Dog da Macdonald’s finchè morte non sopravvenga, a ricollaudare il primo Sputnik, a passare una settimana alle Maldive, a fare la controfigura di Snoopy, a donare il mio corpo ad un ristorante cinese e perfino ad aprire un Conto Corrente in Banca!
Voglio che lei si accorga del mio smisurato amore, della passione travolgente che mi ha folgorato dal primo momento che l’ho vista, voglio che l’amore cantato da legioni di poeti le sia palesato nella forma e nei colori più brillanti, voglio che il calore dei miei sentimenti le arroventi il sangue nelle vene, voglio che… insomma voglio tutto per lei, tutto il bello, il profondo, il buono del mondo intero e ancora di più.
A proposito, dato che a parlare si fa presto e le parole non supportate da fatti sono solo aria fritta, voglio dare corpo a questo mio smisurato sentimento con un dono, un pegno d’amore.
Deve sapere che io sono suo e lei dovrà essere mia, uniti per l’eternità. Dovrò fare in modo di procurarmelo quanto prima, dovrò far capire a Rosanna e Marco che mi serve un oggetto importante per suggellare questa mia fiamma con qualcosa di duraturo, loro troveranno il modo di aiutarmi. Cos’è che dicono sempre in Tv? Ah sì, un diamante è per sempre! Dovrò procurarmelo, anche se non ho la più pallida idea di dove trovarlo, ma lo farò, costi quel che costi.
Intanto però le regalerò quanto di più caro e prezioso io posseggo, ora, oltre al mio cuore. Le regalerò quel bellissimo osso di manzo che ho seppellito il giorno di Natale, l’osso del brodo dei cappelletti, dal valore emblematico inestimabile.
Sono sicuro che l’apprezzerà, anche perché quello che conta è il pensiero. Lo dicono sempre tutti al momento della consegna di un regalo. Soprattutto da quando c’è l’Euro, non so perché.
Adesso lo dissotterro immediatamente, gli dò una bella ripassata con la lingua per ripulirlo e lustrarlo a dovere e domattina, quando le vedrò arrivare per la passeggiatina fisiologica, lo azzannerò prontamente e, scodinzolando, mi sporgerò col muso attraverso le sbarre del cancelletto e glielo porgerò facendolo ruzzolare gentilmente ai suoi piedi proprio quando passeranno qui davanti.
Dovrò scegliere l’attimo giusto perché lo veda bene e nello stesso tempo non vi inciampi con le sue belle scarpe nere dalle punte lunghe lunghe, non vorrei iniziare questa love story con un involontario sgambetto. Magari poi la mia dolce Cri s’incazza e non mi accarezza più con quelle sue mani morbide e profumate facendomi raggiungere l’estasi, come fa sempre dalla prima volta che è passata di qui con quello brutto sgorbio di cagnetta al guinzaglio!
martedì, 17 gennaio 2006
Categoria : racconti
Apro un occhio e sbircio un pò intorno, troppo faticoso aprire anche l’altro, col caldo che fa è un’impresa solo respirare.

Già, si fa presto a dire respirare, respirare cosa? Aria o polveri sottili delle marmitte catalitiche? Accidenti, da quando ci siamo trasferiti qui dalla campagna, sembra di essere sbarcati sul pianeta Vespasiano!
Si sniffano certi odori… beh, chiamiamole pure così quelle puzze nauseabonde che fetendono l’aria esalate dal vicino fosso che corre in apnea tra le fabbrichette del quartiere prima di farsi risucchiare unto ed esausto, dal fiume Torbidone.
Perché poi s’è deciso di traslocare? Ah sì, dopo la dipartita dei vecchi la villa in campagna era diventata troppo grande, impegnativa. Troppa fatica mantenerla pulita (le colf appena regolarizzate tornano tutte in Romania), troppe le spese di riscaldamento (col caro petrolio tre quarti della casa è chiusa), di giardinaggio (non parliamo del costo dei servizi per carità) e tutto il resto.
Beh, in verità per il giardinaggio le spese erano mica tante perché il nerboruto e grezzo Oreste si faceva pagare solo una tantum in denaro, spesso invece in natura da Rosanna, la padrona di casa. Io non li ho mai visti coi miei occhi, ma ne ho la certezza assoluta, queste cose le sento. E comunque, prova inequivocabile, la carica di libidine che si scambiavano quando incrociavano lo sguardo, era di una tale intensità che si poteva tagliare col coltello.
E sempre mi sono chiesto come faceva Marco a non avvedersi di nulla, la torbida complicità che volteggiava sfrontata tra i due amanti era più densa della marmellata di fichi della Cesira!
Okay, d’accordo, vero che Marco non c’era mai quando Oreste veniva a fare i lavori, però si sono incontrati un casino di volte lo stesso. Uno niente niente normale avrebbe capito, avrebbe sentito il ribollire del sangue e l’odore dei sensi eccitati dei due maledetti. Ma in quanto a naso, è evidente che Marco non arriva a competere col mio neanche di striscio.
Ricaccio in fondo alla mente questa ondata di pensieri sgradevoli e mi stiro allungandomi tutto sbadigliando sgangheratamente, poi mi rigiro sull’altro fianco per godere del freschetto proveniente dall’ombra del tamerice. Ombra secca e polverosa, ma in questi torridi pomeriggi d’estate, ce ne fosse!
Per fortuna anche lì nella villetta a schiera alla periferia della città, c’è un giardino. Piccoletto, ma ben tenuto e sufficiente a tagliare l’afa. Eppoi sono avvezzo, imparatolo a mie spese, a fare di necessità virtù. Certo che qui, in questi pochi metri quadrati me le scordo le corse sfrenate, le capriole e i salti che facevo nel parco della villa, ma un’altra cosa che ho imparato è quella di non lamentarsi del brodo troppo grasso.
Per la verità oggi però sono un po’ seccato. Dopo tanti anni di convivenza penso di meritarmi un po’ più di rispetto e che cazzo! Perdiana, tutto così in faccia spudoratamente! Rosanna s’è forse dimenticata che anch’io sono dotato di sensibilità, di amor proprio? Eppoi, ipotesi terribile, se Marco lo venisse a sapere, che figura di merda mi farebbe fare?
Rosanna sta esagerando, specialmente negli ultimi tempi. Va bene che l’epoca è quella che è, che le donne si sono finalmente liberate sottraendosi al dominio del maschio, ma questo non le autorizza a comportarsi da vigliacche sputtanando tutto, amore, famiglia, amicizia, fedeltà propria e degli altri.
Eppoi con questa storia del dominio maschile, sarebbe ora di finirla, ma quando mai? Ma se ne ha sempre combinate di cotte e di crude tutte le volte che le tirava!
Okay, al vecchio Giò questo non dovrebbe interessare, non sono affari miei. Lei è padrona, anzi padronissima di smerdare tutto, però il mio istinto mi dice che prima o poi succederà qualcosa, il pericolo è reale, oltre che per fattori esterni tipo una chiacchiera dei vicini, una spiata di qualche amico, una traccia lasciata per sbaglio, anche per l’evidente deterioramento del loro rapporto, ormai visibile a occhio nudo.
Solo un cieco o un innamorato, comunque cieco, potrebbe continuare a non vedere nulla.
Caspita, questa ineffabile Rosanna adesso si porta tranquillamente il lavoro a casa! Oddio, non è che siano una legione, chiusa la pratica col giardiniere Oreste causa la lontananza, da quando abitiamo qui se la fa solo con due; un cugino di Marco che capita di quando in quando essendo anche lui sposato, e questo Vincenzo, un amico di famiglia, ovviamente il più assiduo. Capirai che fantasia!
Questo bellimbusto carogna e traditore, oltre ad essere istruttore nella palestra di lei, è anche compagno di tennis di Marco. Anche qui la fantasia raggiunge vette eccelse. Che schifo! E che miseria.
Dice che bisogna salvare le apparenze, però se si viene a sapere, sai te il casino! Farsela con gli amici del marito che frequentano casa sarà anche comodo, ma è la cosa più squallida e sozza che si possa immaginare.
Boh! Io certe cose non le capisco e mai le capirò.
In una situazione del genere, una volta che scoppia il bubbone, c’è il rischio reale, oltre a quello dello sfascio irreparabile dell’unione, di una tragedia vera e propria a livello di quelle periodicamente annunciate dai TG, quelle che per vendetta il meccanico di Benpensa ha fatto una strage massacrando la moglie fedifraga, i due figli avuti da lei, il gatto, il canarino della zia e la zia, finendo col suicidarsi perché la moglie s’è sputtanata tutti soldi per l’avvocato col giovane amante.
A questo pensiero sento scorrere un brividino gelido lungo la spina dorsale. Corpo di un cane, magari questo, incazzato come una bestia (e ne avrebbe ben donde) non ci vede più e se la prende anche con me lavando tutto in un mare di sangue.
Ipotesi tragicamente possibile. Valuto seriamente se sia il caso di fare qualcosa, ma che cosa? Io ho troppo spesso mani e piedi legati, per non dire il collo.
Sto rimuginando preoccupato proprio su questo quando dall’interno della villetta, zona bagno, sento distintamente i rumorini del dopo. Meno male che hanno finito e quello stronzo mezzo gonfio si toglie dai coglioni, così almeno per oggi il pericolo di un divorzio all’italiana è scongiurato.
Infatti passano giusto pochi minuti che scatta il catenaccio elettrico del cancelletto e Vincenzo senza perdere tempo in smancerie e saluti con passo veloce guadagna l’uscita, inforca la mountain bike e se la svigna pedalando vigorosamente.
Alla faccia mia che lo fisso torvo fino in fondo al vialetto e alle probabili sguinciate maliziose di qualche vicina attraverso le persiane accostate.
Per me infatti è impossibile che nessuno abbia notato quei ripetuti movimenti, un tantino sospetti. Sono ancora lì a rimuginare su questo che, tutta pimpante, con gli occhi brillanti come solo dopo una bella scopata una donna può permettersi di sfoggiare, dalla porta finestra esce Rosanna, già bella che pronta nel suo delizioso abitino scollato e le scarpe basse, con le chiavi della Golf in una mano e il guinzaglio nell’altra.
Vedendola scatto in piedi scrollandomi caldo e timori da dosso. Cazzo è vero, la toeletta! Me n’ero completamente dimenticato.
“Dai Giò, vieni qui che sono già le cinque. Il veterinario ci sta aspettando per tagliarti tutto questo pelaccio, non vedi che stai morendo dal caldo, batuffolone mio?”, canta melodiosa la voce della mia padrona mentre si china per agganciare il guinzaglio al collare borchiato investendomi col suo profumo di sesso fresco.
Estromesso da Stradivarius alle ore 18:43
venerdì, 28 ottobre 2005
Categoria : racconti
L’altra sera ero su in solaio, nel ripostiglio dove tengo il quadro e, mentre ero intento a guardare quanto fossero degenerati l’espressione corrotta e l’aspetto estetico del soggetto, sentii un’orribile zaffata dall’inconfondibile odore di zolfo colpirmi le narici.
Non mi meravigliai, ricordando che coi nuovi regolamenti, dopo il periodo iniziale di un paio di lustri, i contratti devono essere rinnovati con scadenza annuale.
I tempi sono cambiati e in epoca di recessione anche per gli Inferi S.p.A. i rischi d’insolvenza sono aumentati esponenzialmente e, per disp

osizione del Gran Capo, ad ogni anniversario un incaricato arriva e si rifà il contrattino. Una semplice formalità, ma necessaria.
Scalpitando con gli zoccoli e sputacchiando scintille rimastegli inopportunamente in gola, il solito demonio mi comparve accanto e si soffermò a dare anche lui un’occhiata al dipinto.
“Ammazza che zozzeria! Saresti stato un bel soggettino adesso, se non facevamo il patto, eh?”
Nei doveri dei diavoli, per quanto mi riguarda, non rientra la facile ironia. Posso fare volentieri a meno di battute tanto sataniche.
“Lascia perdere – risposi –. Con me non occorre che tu faccia promozione al prodotto. Dimentichi che sono stato io a chiamarvi?”
“Già, già, scusa, ma m’è scappata. Sai il più delle volte devo sdrammatizzare un po’, ci sono molti pentiti ultimamente. Gente che vorrebbe tornare indietro. Poveri illusi!”
Esaurite le fasi dei convenevoli; come va e come non va, come sta la signora laggiù, eccetera, il satanasso sfoderò un foglio e inforcò, ehm! un paio d’occhialini per leggere, non prima di essersi vigorosamente stropicciato gli occhietti gialli e cattivi.
“Quanto smog laggiù, porco diavolo! Non ci vedo quasi più ormai… Devi mettere la firmetta qua”. Disse, incurante della bestemmia che aveva appena profferito, porgendomi una vecchia cannetta col pennino intinto di un liquido rosso cupo impressionante, ma che sapevo essere comunissimo sangue di gallina.
Avrebbe dovuto essere il mio di sangue, ma dopo l’avvento di certe micidiali malattie, tutti gli uomini si erano giustamente rifiutati di manipolare arnesi non sterilizzati e quindi, per snellire la procedura, si era convenuto di usare come inchiostro materiale proveniente dall’industria dell’allevamento, tanto ormai gli uffici erano talmente oberati di lavoro che nessuno avrebbe potuto controllarne la natura. E neppure erano attrezzati per questo.
“Aspetta un momento, avrei una richiesta”.
Mi guardò sorpreso, ma capì subito che non si trattava di un reclamo dalla mia espressione.
“Di che si tratta, se posso…”
“Vorrei cambiare – dissi, dopo aver riflettuto un momento –. Invece del non invecchiamento, vorrei una prestazione diversa. So che è possibile. Almeno per stavolta”.
“Sei sicuro di quello che fai? Guarda che poi il ritratto si bloccherà così com’è ed ad invecchiare sarai tu”.
“Ci ho pensato già a lungo e ho deciso. La cosa che voglio in cambio è troppo morbosamente intrigante”.
“Va bé, come non detto. Ti conosco e so che sarebbe inutile insistere. Spara, vediamo se rientra nelle cose possibili”.
“Vorrei il cuore, nel senso sentimentale - mi affrettai ad aggiungere - di una ragazza. Vorrei che s’innamorasse perdutamente di me, così che possa abusarne in tutti i sensi. Come vedi è una richiesta altrettanto immorale e corrotta, quindi non fare storie e modifica le clausole”.
“Ok, ok, calma. E chi ti ha detto niente?” Il suo tono era tra lo spazientito e il risentito. Sbuffò e una puzza mefitica m’investì acre e pesante.
“Ma che diavolo hai mangiato, topi morti? – gli dissi, girandomi da un lato –. Cerca di non respirarmi proprio in faccia, accidenti!”
Non parve neppure accorgersi del dispregiativo e come niente fosse mi chiese: “E chi sarebbe la fortunata? Devo saperlo, per dare il nullaosta”.
“Per la verità – risposi – Non so neppure come si chiama. Né chi è e nemmeno se esiste davvero”. Prima che la sua espressione da stranita divenisse di compatimento, aggiunsi: “E’ una ragazza, almeno credo che lo sia, conosciuta in chat. Una mitomane odiosa come merda di cane attaccata alle suole, ma mi ha sbirillato. La voglio in carne e ossa per fare certi giochini…”
“Capisco – la luce di compatimento non era del tutto svanita dal suo diabolico sguardo – Devo sentire giù. Dammi tutti i dati che hai”.
Così dicendo estrasse un telefonino di modello antiquatissimo con tutti i numerini e le lucine rosso fuoco e digitò furtivamente un numero, quasi temesse che lo individuassi. Sai quanto importa a me di conoscere il numero di Belzebù!
“Passami il capo – grugnì al microfono e, subito dopo – trattasi di una variazione per un vecchio cliente”.
Qualche istante d’attesa e poi riprese, con tono assai più deferente, spiegando, papale papale, la mia richiesta. Mentre parlava mi lanciava occhiatacce sbilenche.
“In quale chat vi sentite e che nick usa?” Chiese girandosi verso di me. Glielo dissi e lui ripeté. Rimase qualche secondo all’ascolto e il suo orribile viso si atteggiò dapprima in un’espressione incredula, quindi beffardamente ironica: “Davvero? Ah ah ah!”
La sua risata non aveva niente di diabolico, era allegra, solare oserei dire. Molto strano.
Cominciai a preoccuparmi. Non era un comportamento normale, non abbastanza demoniaco, aleggiava un’aria ridanciana, da caserma, qualcosa non andava.
Si girò di nuovo verso di me e mi chiese: “E’ per caso una megalomane che asserisce d’essere attrice e si compiace d’essere ancora una bambina, viziata, dolce e gay e ha il malvezzo di riempire lo schermo di parentesi aperte o chiuse?”
Incazzato risposi “Sì, è lei”.
Scoppiò in un’altra risataccia sguaiata e stavolta m’imbestialii sul serio: “Ma che cazzo hai da ridere, idiota cornuto!”
Lui aveva nel frattempo chiusa la comunicazione e senza curarsi del mio sbotto mi disse, con calma mefistofelica: “Se proprio lo vuoi, tecnicamente la cosa è possibile. Però c’è un piccolo problema”.
Ero fuori di me.
“Adesso cominciate anche voialtri a rompere, mi sembra di essere all’ufficio del Catasto. Cosa c’è che non va nella mia richiesta?”
Non capivo il perché di quella gratuita ilarità e mi sentivo frustrato.
“La tua “amica” caro mio, è già una nostra vecchia conoscenza. Ci ha portato più clienti lei della campagna pubblicitaria del 2001 su DemonTV – la sua voce era volutamente neutra quando proseguì – Se la vuoi tutta per te in cambio dell’anima, devi metterti in lista d’attesa caro il mio ciccio. Per tua informazione sappi che la fila è lunghissima e ci sarà da aspettare qualche secolo. La gentile signorina ne ha rincoglionito una cifra di bambacioni come te!”
Stavolta rise sardonicamente quando continuò ghignando: “Vuoi che metta anche te in questo gironcino di coglioncelli?”
Col sangue che quasi mi schizzava dagli occhi per la rabbia, gli strappai di mano carta e penna e scarabocchiai inferocito la mia firma sul contratto. Quello con le condizioni vecchie.
Al diavolo Internet e tutte le stramaledette chat!
Estromesso da Stradivarius alle ore 23:22
giovedì, 27 ottobre 2005
Categoria : racconti
LA SETTIMANA

“Dove vai Sabry?”
L’onda sonora si propaga vivacemente nell’aria fino a farle risuonare i timpani. La scuote un brivido indigesto. La domanda è sempre quella e la voce, quella voce che non cambia mai di un tono, spudoratamente allegra. Le basterebbe avvertire un non so che cosa di insolito per rispondere. Invece allunga il passo.
Lontano, vuole arrivare lontano. Non vuole guardare dove mette i piedi, non vuole vedere niente, più niente di tutto quello che vede già da una vita. Piuttosto Sabrina vorrebbe sentire, sentire le gambe che si muovono, il cuore che pulsa, il respiro che si stanca e il sangue squagliarsi dentro.
E’ un labirinto. A destra, verso il centro, ci va ogni giorno. A sinistra, sulla circonvallazione, é passata migliaia di volte. Allora dritto, ma la strada la conosce, le conosce tutte. A memoria. Si ferma un attimo. Il respiro, deve controllare bene il respiro. Se ne sgargarozza un po’ giù per il naso. E’ pieno di macchine in giro e sente il biossido calarle attraverso la gola come avesse una marmitta piantata in bocca, segno che è viva dopotutto.
Riprende forza, alza lo sguardo pronta a ripartire, ma, diavolo, troppo tardi!
“E te Sabry cosa ci fai in giro a quest’ora di sabato mattina?”
Ecco, lo sapeva, è finita la festa.
“Dai che ci facciamo un caffè insieme!”.
Simone le ha già inforcato un braccio e se la trascina dietro come una sporta della spesa.
“Oh, ma cos’hai? Ce la puoi fare?”.
Chissà … ”Simone, senti, non ho proprio tempo…”.
“Dai, va là, non scherzare che c’è sempre tempo per un caffè e vedi di non tirartela troppo per piacere!”.
Simone è una forza devastante della natura. Lo conosce da troppi anni per tentare di resistere o anche solo di spiegare e nemmeno le va.
“Una cosa veloce però”, ma lui si è già sparato dentro la pasticceria. Spinge la porta dannatamente pesante.
Soliti odori, stessi rituali ed è già nausea. Non ne ha voglia, non ne ha più voglia. Guarda l’immagine muta di quello che fino a ieri era un vecchio amico, lo guarda fissare accorto il bancone traboccante di paste come un’ allupato e capisce che non può. Non può restare un secondo di più.
“Simo, guarda, grazie davvero, non è giornata. Sarà per la prossima” e volta decisa le spalle a quella smorfia inebetita.
Fuori. E’ fuori. E’ sulla strada e subito la investe il passaggio del tram. Vede lo sguardo vacuo di chi lo alloggia. Persone obbligate ad una promiscuità irriverente, senza essersi scelte, senza avere nulla da spartire le une con le altre se non l’avvitamento incessante in una quotidianità fitta, aberrante. E’ come se ne sentisse le voci, l’alito raffermo, il sudore squizzare dalla pelle. E’ pronta adesso, pronta a non capire che direzione prendere, pur che possa camminare.
Si sposta così, nel caos della sua mente, divincolandosi dall’isteria collettiva del cosa si deve fare, dove si deve andare e perchè. Percorre chilometri coi piedi che le pulsano, le mani informicolite, le gambe che tremano. Non percepisce rumori, non vede niente e nessuno e si ascolta. Ascolta le tempie che battono, l’arsura che le lega la bocca, le ginocchia che cigolano. Dopo anni e anni di estraneo frastuono, finalmente si ascolta e si sente. Sente tutto quello che si è negata di sognare, perché era piccola, piccola ed insignificante. Sente tutte le cose che avrebbe voluto e che ha lasciato andare, per paura, per non sentirsi in colpa, per non dispiacere. Sta per soffocare, per piangere o forse per cadere. C’è un cancello, ci si aggrappa. Abbassa lo sguardo e … stranamente qualcosa la sorprende. Qualcosa che è sempre stato lì e che pure non ha mai considerato.
La strada è piena di striscie. Azzurre per parcheggiare, gialle per le fermate dei bus o i bidoni, bianche e sottili per delimitare le due carreggiate, bianche e larghe per attraversare. E’ un tripudio di scomparti, recinti, indicazioni, obblighi, divieti. Un altare alle convenzioni sociali, al come si deve vivere, a come ci si deve muovere e in quale direzione.
Ha imparato che la strada è sinonimo di fuga, ribellione. Un luogo per spiriti liberi e menti aperte, l’occasione di incontri e di sperimentazione. Ora sa che è solo l’ennesima bugia. La strada è solo l’imbuto della fantasia dove fare scorrere le speranze prima di metterci il tappo.
Improvviso, le torna limpido alla mente il ricordo di quando da bambina giocava “alla settimana” disegnata col gesso in cortile, le dita scorticate e un sassolino in mano. Uno, la partenza. Sette, il riposo. Tutta saltando su un piede solo e guai a perdere l’equilibrio. Adesso non si gioca più.
Stacca la mano dalle sbarre polverose del cancello, c’è una riga nera che le passa attraverso.
Giorgia Monti
Estromesso da Stradivarius alle ore 01:43
lunedì, 15 marzo 2004
Categoria : racconti
Il giovane vide i riflessi rossastri insanguinare le dune un po’ più a sinistra della sua direzione, deviò leggermente e qualche tempo dopo vide il fuoco. Una figura indistinguibile vi stava chinata sopra. Si avvicinò in silenzio, le membra indolenzite dal lungo cammino, la gola polverosa. Il vecchio non si voltò, ma dal lieve irrigidirsi delle sue spalle capì che l’aveva sentito.
“Vieni a sederti. Sarai stanco.” Disse. La sua voce rotolò nell’immenso silenzio che impregnava le cose.
Trasalì, sorpreso di tanta indifferenza, gli parve quasi che lo stesse aspettando, come se avesse sempre saputo che stava per arrivare.
Compì un piccolo semicerchio, gettò in terra lo zaino di montone ormai vuoto e si sedette davanti a lui. Il vecchio neppure alzò la testa e continuò a riempire la piccola pipa che teneva fra le mani.
“Sei arrivato giusto in tempo per accenderla.” Disse porgendogliela, togliendo ad un tempo uno stecco incandescente dalle braci. Mentre la prendeva il giovane notò le mani brune e vizze e tirando le prime boccate, vide che i suoi occhi neri e penetranti lo stavano fissando attraverso le volute del fumo, inspirò con forza e trattenne il respiro finché non sentì il calore entrargli nel sangue.
“Avrai sete” Disse il vecchio alzandosi in un modo quasi solenne e recandosi alla pozza lì accanto da dove gli ritornò una ciotola d’acqua.
Il giovane la prese passandogli la pipa e mentre beveva avidamente lavando la polvere dalla gola, lo guardò tirare con gli occhi socchiusi.
“Sei tu Usul, il vecchio saggio?” Gli chiese sentendo la sua voce gorgogliare insicura.
“Hai forse visto qualcun altro nei pressi per cui potresti dubitarne?” Fu la risposta.
“Sei venuto fin qui per chiedermi chi sono?”
Forse era l’effetto della droga, ma si sentiva stranamente calmo e tranquillo, dolce.
“Sono venuto perché tu mi indichi la via” Disse il giovane, ricordando gli innumerevoli giorni di ricerca e il faticoso errare, chiedendo ai pastori di Colui-che-parlava-con-la-Luna, del vecchio che da tempo immemorabile vagava nel deserto.
Lui lo fissò in silenzio, non gli chiese nulla, ma sentiva che il suo sguardo leggeva dentro il suo animo, captava le sue sensazioni, trovava le mille domande e dubbi che l’avevano spinto fin laggiù.
Poi, dopo un tempo imprecisabile il vecchio parlò. Parlò di casa, di famiglia, di terre lontane e mari in tempesta. Parlò di matrimonio, di figli, di amicizie infide, di ricchezze e povertà, di emozioni, di odi e amori, di caldi corpi di donna e fredde solitudini, di immensi dolori, di esaltanti gioie. Il suo era un racconto, la storia di una vita, la storia della sua vita.
Improvvisamente tacque e si mise ad attizzare il fuoco. Il giovane lo guardò, confuso. Non aveva ancora avuto risposta. E non voleva adirarlo chiedendo di nuovo.
Poi si decise e domandò.
“Allora dimmi, tu che hai avuto tutto questo, perché sei venuto quaggiù, oltre il grande Sietch e i palmeti dell’ovest, cosa mai ti ha spinto in queste terre desolate?”
Il silenzio che seguì alle sue parole, sembrò ancor più cupo al secco crepitio della legna che ardeva. Il vecchio lo fissò a lungo, i suoi occhi brillavano. Quando riprese a parlare quasi non se ne accorse.
“Un giorno, come te, persi la via e venni quaggiù per ritrovarla. Solo con me stesso, meditai sugli errori cercandone le cause. Tutto mi apparve chiaro alla luce della luna e vidi ben nette le cose che avrei dovuto fare per avere una vita felice.”
Si interruppe e bevve un sorso d’acqua. Il giovane era ansioso, capì che era arrivato il momento di sapere, di ripagare le immani fatiche della sua ricerca con l’apprendimento della verità.
Quando il vecchio riprese a parlare però, la sua voce aveva un tono di tristezza.
“Dapprima l’ovvietà di questo mi stupì, tanto era evidente. Avrei dovuto creare un mio mondo dove il giusto e lo sbagliato sono netti e distinti, incastrati negli avvenimenti in modo preciso lungo la scala del tempo. Ma poi capii che proprio qui risiedeva l’errore, il più imperdonabile di tutti, perché il mondo non può essere mio, dal momento che io appartengo a lui.”
Appena dette queste parole, svuotò la pipa e la ripose in una sacca, radunando le sue poche cose. Il giovane capì che il colloquio era finito e si alzò. Lungo il profilo delle dune il cielo si stava schiarendo di rosa. Si sentiva ancora più confuso di quando era arrivato e così assorto la voce del vecchio lo colpì per il suo tono fresco e deciso quando gli disse.
“Il cammino che ci attende è molto lungo e difficile, meglio affrettarci.”
Guardò sorpreso il vecchio che, dopo aver spento il fuoco scalciandovi sabbia in un gesto in cui gli parve di scorgere una punta di stizza, si chinava a riempire gli otri di acqua.
Solo allora capì. Aveva avuto la risposta che da tanto aspettava. Raccolse lo zaino e si girò verso la direzione da cui era venuto. Sulla sabbia vellutata le sue tracce erano scomparse, il dolce vento della notte aveva già cancellato le sue orme e sarebbe stato impossibile rifare lo stesso percorso in mezzo a quel mare vivo e ondulante, ma questo non lo spaventò. Adesso non più.
Si girò e vide il vecchio alle sue spalle, le rughe del viso distese nell’unico sorriso, gli occhi fiammeggianti.
“Andiamo” disse, e scivolarono leggeri sulla sabbia danzante.
Estromesso da Stradivarius alle ore 10:20
lunedì, 08 marzo 2004
Categoria : racconti
Cercavo una confezione di panna acida; avevo invitato a cena una coppia di amici e lei, la mia compagna russa, aveva promesso di cucinare il borsch, una squisita zuppa di verdure tipica della sua terra. Mancava la panna acida per darle quel tocco di sapore particolare. Ma era improbabile la trovassi, la cucina mediterranea non prevede quest’ingrediente, che io sappia.Perciò ero finito in centro, impegnato in un’infruttuosa ricerca. Neppure quel negozio di specialità culinarie ne era provvisto e stavo ritornando pedalando pesantemente, il respiro abaffato dall’aria densa di quel pomeriggio di fine estate.Pochi metri prima della piazza, zigzagando tra la consueta folla della zona pedonale, statica e passiva come un gregge di pecore, lo vidi e quasi lo arrotai nel tentativo di farmi notare.“Ehi, Alci, che fai qui?”.Lui mi vide solo quando stava per essere speronato. Stava andando spedito con gli occhi che guardavano lontano, seri e un po’ tristi, jeans e T-shirt blu avio con un appariscente stemma americano stampato sul petto.“Ohi, ciao! Come stai?”.
“Abbastanza bene, ma il mio vecchio sta malissimo. L’altra notte ha avuto una crisi, abbiamo dovuto ricoverarlo d’urgenza. Gli hanno trovato delle ulcere allo stomaco; proprio ieri gli hanno fatto una trasfusione di sangue.”Non finii la frase che il mio cervello andò in pausa, assalito dalla rievocazione di corsie impregnate da un fetore indefinibile, di orbite infossate in corpi rattrappiti, di lugubri silenzi lacerati da urla di bocche slabbrate.Reagiii scrollandomi di dosso una raggelante sensazione di angoscia e dopo qualche secondo aggiunsi: “Temo che ormai sia alla frutta, purtroppo”.“Oh poveretto, me l’aveva detto la mamma che stava male! Dov’è, all’ospedale di Faenza?” I suoi occhi continuavano a guardare lontano.“Sì, non ti dico il casino. Siamo tutti in mobilitazione, mia mamma, io e la mia donna, mio fratello e mia cognata, su e giù, notte e giorno. La cosa tragica è che lui neanche se ne rende conto, ormai è scollegato dal mondo reale”.Mio padre soffriva di demenza senile e da un paio di mesi non era più autosufficiente, vederlo ridotto così prendeva allo stomaco, faceva male.Nessun essere umano, fosse anche il più immondo, merita un epilogo così degradante. Lui poi, di quelli di una volta, razza Piave, energico e attivo fino alla soglia degli ottanta, proprio lui, uno di quei pochi che aveva sempre marciato dritto.“Da dove vieni?”Mi sembrò naturale chiederglielo, ma anche stupido; un moto inconscio per cambiare argomento.“Sono stato a tagliarmi i capelli da Jean David, nel corso. Sono molto bravi”.Così dicendo, inclinò lievemente il capo per mostrare il taglio fresco, corto, mosso. Un taglio attualissimo. Stava bene.“Sì, li conosco, mi piace il loro stile. Ci sono stato una volta anch’io a Rio de Janeiro. Pensa che avevano uno studio a neanche cinquanta metri dal ristorante di Ipanema”.“Davvero?”Pareva divertito da questa combinazione.“Sei un po’ inciccito o sbaglio?”.Aveva i contorni del viso più arrotondati dall’ultima volta che l’avevo visto, poteva aver preso un paio di chili.“Vero che lo sono? Lo dico sempre a mia mamma, ma lei insiste sempre per farmi mangiare”.“Stai attento, le mamme uccidono per troppo amore, lo sai vero?” Sorrise.“E il lavoro, hai poi trovato qualcosa?”Si rabbuiò un po’, infastidito nel dovermi dare una risposta che non avrebbe voluto.“Macché, ancora niente. E’ difficile. Mi presento per chiedere un lavoro, uno qualsiasi, e mi guardano come se fossi entrato per compiere una rapina. Proprio stamattina ho consegnato tre curriculum ad altrettante ditte nella zona industriale. Non mi hanno promesso niente. Terranno presente, mi hanno detto”.“Devi insistere e soprattutto devi crederci. Prima o poi ce la farai. Torna a trovarli, spiega la tua situazione, digli che hai già qualche esperienza. Insomma, fatti coraggio e proponiti”.Assunse un’espressione decisa, la voce gli uscì ferma, al contrario delle altre volte quando era stato più elusivo.“Sì, ci torno domani. Non ne posso più di starmene in casa aspettando chissà cosa, un qualcosa che non arriva mai. Mi sento così frustrato…”“Beh, meno male che l’hai capita, vai e uccidi. Tieni duro e vedrai che alla fine un lavoro lo trovi, e senza dover architettare strampalate avventure. Se hai qualche chance, sparala qua che giochi in casa; questi propositi bislacchi di progetti esotici non sono altro che fughe, un paravento per gli incapaci. Non c’è bisogno di attraversare un’oceano per tirare fuori le palle ”.Capì subito che mi riferivo all’idea della Costa Rica che sua madre gli aveva messo in testa solo perché il suo ex era finito là, o addirittura il Cile che non ho mai capito come sia saltato fuori.“Già, infatti le volte che sono andato là non ho visto niente che…”Lo interruppi, quell’argomento riaccendeva bruciature che avevo provato sulla mia pelle, era come rigirare il coltello nella piaga dei miei fallimenti.“Fidati, lo sai che ci ho provato no? L’Eldorado è finito da un pezzo, ammesso che sia mai esistito. Sapessi quanti ne ho visti arrivare in Brasile con grandi idee, certuni anche carichi di soldi. Ma ho visto pure come hanno fatto presto a finirli, sbrodati tra le cosce di qualche puttanella o bruciati in affari sballati. Mai ho visto qualcuno riportarseli a casa”.“Mi sa che hai proprio ragione, qua però è dura, bisogna insistere e non basta. Sta cosa mi fa incazzare, ma tornerò a parlare con tutti, anche perché mi sono dimenticato di mettere nel curriculum che godo di una percentuale di invalidità civile; per loro è un vantaggio. Possono risparmiare anche un cinquanta per cento nei contributi”.“E che cazzo! Come puoi aver dimenticato una cosa del genere! Sei proprio un coglione. Guarda che se sanno di avere un tornaconto, nel caso avessero bisogno, ti prendono al posto di qualcun altro”.L’argomento era ozioso, ma mi confortava quel lampo di determinazione nei suoi occhi, una luce che ancora non gli avevo visto dopo il tremendo incidente di cinque anni prima, quando, dopo tre mesi di lotta inconsapevole, grazie alla forza della sua giovinezza, era riuscito a riemergere dal coma, ristabilendosi accettabilmente solo dopo tre interminabili anni di riabilitazione, fisica e psicologica.Adesso poteva dirsi recuperato, tranne indesiderati “buchi di memoria” e qualche comprensibile incertezza, avendo spalmato su quel ruvido asfalto ricordi ed esperienze acquisiti fin lì.Avevo davanti un ragazzo nuovo, intonso, senza dubbio più aperto ed estroverso, pronto ormai a ributtarsi nel calderone della vita. Adesso gli mancava solo il lavoro per riappropriarsi di quella normalità che cercava rabbiosamente di riconquistare e invece le sorelle trascinavano come uno zaino sfilacciato colmo d’insoddisfazione attraverso giornate insofferenti.Quanto diverse possono essere le visuali dello stesso soggetto, se si sposta l’angolo di osservazione!Seguendo questo filo, la domanda che scaturì fu inevitabile, ovvia.“Cambiando discorso, le tue sorelle come stanno? La Giorgia è sempre fidanzata?”.Sulle sue labbra, tra i peluzzi della barbetta, si disegnò un sogghigno dal quale capii che la risposta non sarebbe stata quella che speravo.“Sì, sta sempre col nero. Sempre innamorata, anzi, pare vogliano andare a vivere assieme”.“Ah sì?”.La cosa non mi stupì più di tanto conoscendo questo lato anticonvenzionale, perniciosamente datato e retrò, del suo carattere.“E dov’è che andrebbero ad abitare, lui ce l’ha una casa?”.“Non lo so, ho sentito parlare del Senegal, credo che vogliano andare a vivere proprio laggiù”.Stavolta rimasi colpito e qualcosa, dentro il petto, mi fece male.“Ah ma allora è un vizio! Anche lei con la mania dell’estero? Che razza di stronzata, non sarà mica convinta sul serio di riuscire a sopravvivere in quel paese?”Lui parve concordare con questa, seppur istintiva, reazione.“Già, mi sa che lei non se ne renda mica conto, in un paese così povero e di religione mussulmana poi!”.“Infatti, questo è uno dei problemi più grossi. Come può pensare di vivere tranquilla là, donna bianca, in mezzo a tutti quei negri, mica potrà circolare come e quando vuole. Ma che ha nella testa, segatura? E le condizioni di vita poi, non vedi che ne muoiono a decine tutti i giorni nel tentativo di venire qua clandestinamente. Poveri disperati alla ricerca di un futuro migliore. Cosa crederà mai di dimostrare…”.Continuai nel timore di essere frainteso.“Guarda che non sto facendo un discorso razzista di merda, in questo caso non c’entra un’ostia, qui si tratta di scelta di vita e ne sta facendo una molto pesante per le spalle che ha. Per me non ha idea di quello che l’aspetta. Cazzo, ma se succede qualcosa, se per caso ha bisogno di un ospedale, di un medicinale raro? Mi sembra pura follia. Posso capire la sua repulsione per il nostro sistema, che non ha mai voluto accettare, ma non è certo questa la soluzione, no davvero. Non è per caso che le si é bacato il cervello con lo Yoga e tutte quelle astruse filosofie orientali?”.Quasi non mi riconobbi dopo quello sfogo. Già, fin troppo facile sentenziare quando non si è coinvolti, ben altra cosa quando certe situazioni ti toccano da vicino, dentro.“Va bé, lasciamo perdere, è grande e vaccinata, in più ha la testa dura. Spero almeno che faccia una prova prima, limitata nel tempo, così potrà rendersi conto".“Sì, credo anch’io sia quello che ha in mente, una vacanza per vedere il posto e poi sono convinto che cambierà idea".L’espressione stampata sul suo viso sembrava in sintonia col mio stato d’animo, ma i suoi occhi continuavano a guardare lontano e mi sorse un dubbio. Lui era “veramente” lì in quel momento?Non ebbi il coraggio di chiederglielo e lo abbracciai, era tempo di andare. Mi accommiatai con una pacca sulla spalla e rimontai in sella.“Okay, speriamo bene, chissà che non ci ripensi e tu preoccupati per te; torna alla carica in quelle fabbriche. Fammi sapere, mi raccomando…e chiamami quando sai qualcosa. Adesso vado. Sono proprio contento di averti visto. Salutami la Cecilia, ciao Alcide”.“Sì, ti chiamerò, ciao babbo”.S’avviò con passo svelto, petto in fuori, sapevo che non l’avrebbe fatto e avrei dovuto chiamarlo io. Lo guardai per qualche istante allontanarsi, poi calcai sul pedale e ripartii scansando pedoni zuzzerellanti senza meta tra vetrine scintillanti e baretti ammiccanti. La normale, piccola folla di una piccola città di provincia.Pedalando verso casa sogghignai tra me e me: accidenti, pensai, che forza il cervello umano, sono in bici ma in appena dieci minuti di chiacchiere abbiamo fatto il giro del mondo. Poi mi sovvenne che stavo tornando a mani vuote, scrollai le spalle, per il borsch avremmo usato la maionese, il risultato sarebbe stato eccellente lo stesso.
Estromesso da Stradivarius alle ore 20:21