Ecco qua, lo faccio: ti scrivo. Una lettera vera. Per la prima e, molto probabilmente, ultima volta. Una lettera vera ma recapitata in un modo immateriale, invisibile, inconsistente. Neppure avrò mai certezza che tu la legga. Ma che importa, ciò che conta è che l’abbia fatto.
Scrivo a questa Jenny, a un nickname, un’immagine virtuale, un sogno, un riferimento cibernetico, un volo notturno? Forse non saprò mai chi sei, cosa sei, né come ti chiami. Forse non sei neppure reale.
Ti scrivo perché sto ripartendo per un altro viaggio e perché ogni mio viaggio, anche il più breve, il più banale, non ho mai saputo dove mi portasse, di preciso. Non ho mai saputo se e quando tornassi.

Il brillio delle brochure, i variopinti itinerari delle Agenzie, i fantasmagorici filmati televisivi di posti incantati. Cazzate. Tutto finto, di plastica. Tutte bugie.
Non esistono posti di fiaba se ci vai portando con te il corpo appesantito dal vissuto, la mente decomposta dai dubbi, dalle meschinità, dai compromessi. Dalla vigliaccheria del conformismo e da tutte quelle infinite lordure che devi toccare e maneggiare e ingoiare per sopravvivere, e che non ti lasciano il tempo per vivere.
Potremmo mai essere veramente noi stessi in un mondo fatto di materia organica? Non credo proprio, e allora! Allora che conta lo spirito se deve continuamente fare i conti con lei? Come può prevaricarla, ignorarla, trapassarla?
Perciò quando ti ho vista entrare nel monitor, la prima notte, scomposta e arruffata, trafelata nella tua ansia di emergere, di attirare calore animale, provai un senso di fastidio. Un’altra megalomane schizzata, una delle tante, dei tanti esibizionisti, pensai.
Ma poi, leggendoti, quel personaggio che indossi con tanta disinvolta noncuranza, quasi fosse davvero tuo, inaspettatamente mi aiutò ad abbreviare le mie notti, a deviare il mio pensiero, ad estrarre pus infetto dalla mente come l’incisione di un bubbone. Mi sentii subito meglio, più leggero. Non ero più solo, c’era qualcuno che poteva curarmi. Per questo grazie, leggiadra infermiera.
Trascorsi alcune notti adrenaliniche a studiarti, tentando di entrare in te, di disegnarti su una tela rarefatta ed evanescente, ricomponendo quei pochi elettroni sparsi sul video. Sei stata solo un passatempo? Un gran bel gioco in ogni caso, contro un valente avversario. Grazie di nuovo, poderosa giocatrice.
Ma adesso devo riprendere il cammino. Lo faccio a fatica, sono stanco, ma devo andare, devo completare la micidiale sequenza d’errori coi quali sono arrivato a questo punto della vita. Non sia detto che lasci le cose a metà. Perlomeno questo va fatto. Chiudere il cerchio, affogare nell’acqua alta. Non in un piccolo stagno maleodorante.
Non so per effetto di quale strano processo mentale, ma nel pensarti ho ricordato. Sono tornati i ricordi, cioè. Non tutti purtroppo, il meccanismo d’autodifesa è potentissimo e difficilissimo da scardinare. Mi ha sempre protetto dal passato, cancellandolo dalla memoria cosciente. Per il mio bene, almeno così ho sempre creduto.
Invece mi sono reso conto di aver rinunciato ad un patrimonio costituito sì in massima parte da letame, ma dal quale è emerso, come spesso succede in natura, un fiore. Un fiore splendido, dal nome semplice che profuma di buono: emozione.
E quell’umile fiore vale una cifra incalcolabile, perché spandendo il suo profumo sta sollevando il mio cuore.
Tu questo hai fatto Jenny, mi hai, inconsapevolmente, aiutato a ricordare. Cose belle, cose forti, cose vive. E quante sono state in questo mio errare! Dunque ancora, per la terza volta grazie, giardiniera!
Ebbene sì, ho ripreso a scrivere, non so se davvero è merito tuo, non mi sono ancora guardato bene dentro, ma è successo, ed è importante. Sono piccole, insignificanti cose che scrivo, ma lo faccio con passione.
Adesso basta, devo andare. La strada è ancora lunga e forse non ci incontreremo più, sai com’è la vita.
E poi in fondo tu, mio sogno fuggevole, cosa sei: infermiera, giocatrice o giardiniera?