mercoledì, 19 aprile 2006

Categoria : enigmi




Non è poi così lontana Timbuctù, la strada è lunga e dritta come le gambe di Babalù… la canzone mi ronzava nella testa da un po’. O forse non era neppure una canzone.
Eppure sentivo un ritornello, sfumato e dolce. Ma c’era troppo fumo lì, e caldo.
E dentro di me la vescica premeva, gonfia di birra, di sogni, di rabbia.
Dovevo andare a Timbuctù. Ma dopo, prima il cesso. Mi alzai e non riuscii a capire perché proprio allora dovesse tirare il terremoto, mi salvai dal ruzzolare tra le cimici del pavimento aggrappandomi ad un omone irsuto e puzzolente.
Questo si girò ridendo e lo contraccambiai alitandogli in faccia un rutto, l’omone lo scansò spintonandomi via, ma riuscii a mantenermi in piedi.
Il terremoto era passato, era stata una scossetta di poca magnitudo. Feci spallucce e mi avviai verso la grata, di là, al posto della finestra, una specie di persiana inchiodata alla buona dalla quale filtrava l’abbacinante luce del giorno.
Tra una fessura e l’altra si vedeva la pista con le sagome svettanti e ardite dei timoni dei grossi aerei. Su tutto quel fischio in testa, lacerante.
Mentre orinavo spandendo qua e là il fischio scemò, divenne più acuto e poi, lontano, sparì. Alzai gli occhi distogliendo la mira e vidi una sagoma argentea luccicare sull’orizzonte tremolante e poi svettare con un grido rabbioso in cielo.
Allora mi ricordai che dovevo andare via di lì, subito. Prima possibile.
Dovevo andare a Timbuctù. Non mi ricordavo perché, ma questo dovevo fare. L’acqua del lavabo era calda di caldo, non c’era sapone ma riuscii lo stesso a  togliermi l’olio della pelle e un po’ di stordimento. Mi avviai allo stanzone delle partenze simile ad un forno gremito di gente, perlopiù sfaccendati e curiosi vestiti in modo bizzarro.
Alle informazioni biasicai la mia destinazione ma il nero di là dal banco mi squadrò beffardo. Stava dicendomi che non era possibile, che non c’erano voli per Timbuctù.
Ma io insistetti. Devo assolutamente andare a Timbuctù, e subito! Dissi quasi gridando guardandolo ferocemente negli occhi venati di rosso.
Ottenni uno sguardo ancora più assente di prima. Non ne avrei cavato nulla. Gli chiesi quale era il primo volo in partenza. Lì non sarei potuto restare un attimo di più.
“C’è un aereo per Kampala, in Uganda, ma…” Sembrava imbarazzato.
“Ma, cosa?”
“E’ un volo poco sicuro signore, una compagnia privata e…” Non lo lasciai finire. La solita storia della sicurezza dei voli, dell’affidabilità degli aeromobili, eccetera. Panzane. Quando deve succedere succede. Gli aerei cadono ogni tanto. Anche quelli dei paesi ricchi. E a me non fregava un tubo, dovevo andare via subito di lì, era importante.
“Non si preoccupi giovanotto, mi dia un biglietto, quando parte?”Japan Cut Three
Al check-in la ragazza mi guardò in modo strano. Anch’io trovai in lei una cosa strana. Era bianca. Giovane, piccolina e bianchissima. Avevo sempre visto lunghe ragazze dalla pelle nera in quegli aeroporti, questo era la cosa strana, per me. Eppoi era molto carina, troppo per essere proprio lì, in quel posto. Ma la cosa mi piacque.
“Sarà a bordo?” Le chiesi.
“Certo signore. Bagaglio?”
“Non ho bagaglio” Risposi. Lei mi guardò in modo ancora più strano, sembrava interessata a me. Alla mia persona. La cosa aizzò la mia fantasia e mi trovai eccitato. Incredibilmente eccitato, non succedeva da tanto di quel tempo che dovetti toccarla con mano, la mia eccitazione, da dentro le tasche dei larghi pantaloni di lino sdrucito.
Che ci vedrà, mi chiesi, quella sventurata giovane in un corpulento cinquantenne, anche un po’ trasandato? Ma che idiota! Ci avevo persino creduto, a quello sguardo. Chissà invece cosa passava in quella testolina!
Poi successero cose di seguito una all’altra prive però di scansione temporale, con me stesso al centro di una scena che mi vedeva protagonista e nel contempo spettatore.
Succedono davvero cose strane a chi deve andare per forza a Timbuctù. Dicono sia normale su queste rotte.
Me lo dice anche il mio vicino di posto che non so se sia uomo o donna. E’ qualcuno, qui accanto a me che, di quando in quando, mi spiega i fatti.
Succede tutto adesso, il trabiccolo comincia a rullare sulla pista scodando qua e là. Io sono sistemato in fondo alla cabina, aldilà della tenda che la divide in due. O forse in tre, ma questo non ha importanza, in questo reparto ci sono poche persone, fatico a contarle perché le vedo poco, sono tutte scure e pare che siano indifferenti a quanto succede qua dentro. In questo culo d’aereo dove fa un caldo bestiale e manca l’aria.
Siamo da poco in volo quando arriva Maria. Maria è l’hostess, la stessa ragazza del check-in, piccola, bianca e carinissima. Anzi, con quel suo grembiulino scollato a quadrettini, che fa tanto camerierina, è proprio bella. Molto attraente, direi quasi provocante. Mi sento di nuovo eccitato e non so spiegarmi perché.
Lei mi si avvicina e mi parla. Mi chiede qualcosa, non ricordo cosa. Non ricordo neppure se le rispondo. E’ molto vicina e la sua bocca quasi mi sfiora, sento il suo odore.
Forse ho risposto qualcosa perché lei s’allontana. Il mio vicino, l’unico vicino che c’è adesso, gli altri sembrano spariti, mi sussurra qualcosa sorridendo. Capisco solo che sorride vedendo la sua arcata candida nella semi oscurità.
Poi arriva la musica, un pezzo africa jazz, molto ritmato. Forse Mori Kante. A me piace, mette il sangue in movimento, forse dialoga con i globuli rossi, o forse è solo magia.
Succedono spesso cose strane a chi deve andare a Timbuctù, mi dice qualcuno.
Maria ritorna al ritmo della musica e balla. Balla davanti a me.
“Balla per te vedi?” Mi dice il mio vicino. Mi giro e stavolta vedo solo gli occhi, bianchi sullo sfondo scuro.
Maria si avvicina, le sue movenze sono sensualissime, mai volgari. Sono molto eccitato, lo convengono anche i miei pantaloni. Lei mi guarda e mi sorride.
“Voce è muito charmoso” Mi soffia in un orecchio.
Non sapevo che in Uganda si parlasse portoghese. Ma forse Maria lo è. Adesso c’è tanta gente attorno, in quello scomparto in coda all’aereo, aldiqua della tenda. Tutti mi guardano e sorridono, coi loro bianchi denti. Ed io sono sempre più eccitato e imbarazzato.
Maria continua a danzare, mentre la musica si fa più ritmata, sembra viva. Come lei, anche lei sembra viva. E calda. Maria mi vuole e me lo sussurra.
“Vieni a dormire a casa mia”. Il suo invito supera le note tribali.
“Vai a dormire a casa sua”. Cantano in coro gli astanti. Sono tutti felici di come stanno andando le cose.
Maria si spoglia a tempo di musica, il suo corpo è perfetto, giovane e caldo. Più caldo dell’aria intorno.
Sono andato a “dormire” a casa sua, a Kampala, in Uganda.
Succedono cose troppo strane a chi deve andare per forza a Timbuctù.


Estromesso da Stradivarius alle ore 10:17
commenti (7)/ commenti (7)(popup)/ Permalink




venerdì, 14 aprile 2006

Categoria : autoscontro




Non scrivo più. Ho poco tempo e ancor meno voglia. Lui passa, corre veloce e io devo tener botta, stargli perlomeno alla pari. In fondo scrivere e vivere sono due cose diverse.
Così per fortuna è arrivata la buona, si fa per dire, stagione. E ho ricominciato a correre in moto illudendomi che il traffico non esista, che gli altri non esistano. Almeno quando sono in strada. Per uno che sa guidare ancora qualcosa si può fare. E’ difficile, ma si può fare. Finchè non verrà la bomba atomica a fare un po’ di spazio e rimettere le cose a posto, a misura umana.
Gli altri dicono che vado forte, troppo forte per la mia età. Io in realtà non corro, sono veloce. E quando sono in moto viaggio. In ogni senso. Con tutti i sensi.
Per adesso solo day cruisier, al massimo bi-day, poi verranno viaggetti più lunghi (vedi centaurus), infine arriverà l'estate.
Arriva tutti gli anni. Almeno così dicono.
Per me non so quanto potrà durare, io cercherò di farla durare al massimo. Non l'estate, la sua venuta. Più volte possibile, anche se non saranno tantissime.
Ma un bel giorno dovremo pur finirla, la nostra corsa, sventolerà questo cazzo di bandiera a scacchi una buona volta, no? Tanto oltre la corsa attorno c’è il nulla.
E quella volta faremo il pacco, moto dal rottamaio e noi a casa, bè sì, insomma… si fa per dire.
L’importante credo sia non fermarsi a ripensare alle cadute, ma quella volta, quella lì, quella dell’ultimo traguardo, spento il motore a che cazzo penseremo?


Estromesso da Stradivarius alle ore 05:20
commenti (2)/ commenti (2)(popup)/ Permalink