L’altra sera ero su in solaio, nel ripostiglio dove tengo il quadro e, mentre ero intento a guardare quanto fossero degenerati l’espressione corrotta e l’aspetto estetico del soggetto, sentii un’orribile zaffata dall’inconfondibile odore di zolfo colpirmi le narici.
Non mi meravigliai, ricordando che coi nuovi regolamenti, dopo il periodo iniziale di un paio di lustri, i contratti devono essere rinnovati con scadenza annuale.
I tempi sono cambiati e in epoca di recessione anche per gli Inferi S.p.A. i rischi d’insolvenza sono aumentati esponenzialmente e, per disp

osizione del Gran Capo, ad ogni anniversario un incaricato arriva e si rifà il contrattino. Una semplice formalità, ma necessaria.
Scalpitando con gli zoccoli e sputacchiando scintille rimastegli inopportunamente in gola, il solito demonio mi comparve accanto e si soffermò a dare anche lui un’occhiata al dipinto.
“Ammazza che zozzeria! Saresti stato un bel soggettino adesso, se non facevamo il patto, eh?”
Nei doveri dei diavoli, per quanto mi riguarda, non rientra la facile ironia. Posso fare volentieri a meno di battute tanto sataniche.
“Lascia perdere – risposi –. Con me non occorre che tu faccia promozione al prodotto. Dimentichi che sono stato io a chiamarvi?”
“Già, già, scusa, ma m’è scappata. Sai il più delle volte devo sdrammatizzare un po’, ci sono molti pentiti ultimamente. Gente che vorrebbe tornare indietro. Poveri illusi!”
Esaurite le fasi dei convenevoli; come va e come non va, come sta la signora laggiù, eccetera, il satanasso sfoderò un foglio e inforcò, ehm! un paio d’occhialini per leggere, non prima di essersi vigorosamente stropicciato gli occhietti gialli e cattivi.
“Quanto smog laggiù, porco diavolo! Non ci vedo quasi più ormai… Devi mettere la firmetta qua”. Disse, incurante della bestemmia che aveva appena profferito, porgendomi una vecchia cannetta col pennino intinto di un liquido rosso cupo impressionante, ma che sapevo essere comunissimo sangue di gallina.
Avrebbe dovuto essere il mio di sangue, ma dopo l’avvento di certe micidiali malattie, tutti gli uomini si erano giustamente rifiutati di manipolare arnesi non sterilizzati e quindi, per snellire la procedura, si era convenuto di usare come inchiostro materiale proveniente dall’industria dell’allevamento, tanto ormai gli uffici erano talmente oberati di lavoro che nessuno avrebbe potuto controllarne la natura. E neppure erano attrezzati per questo.
“Aspetta un momento, avrei una richiesta”.
Mi guardò sorpreso, ma capì subito che non si trattava di un reclamo dalla mia espressione.
“Di che si tratta, se posso…”
“Vorrei cambiare – dissi, dopo aver riflettuto un momento –. Invece del non invecchiamento, vorrei una prestazione diversa. So che è possibile. Almeno per stavolta”.
“Sei sicuro di quello che fai? Guarda che poi il ritratto si bloccherà così com’è ed ad invecchiare sarai tu”.
“Ci ho pensato già a lungo e ho deciso. La cosa che voglio in cambio è troppo morbosamente intrigante”.
“Va bé, come non detto. Ti conosco e so che sarebbe inutile insistere. Spara, vediamo se rientra nelle cose possibili”.
“Vorrei il cuore, nel senso sentimentale - mi affrettai ad aggiungere - di una ragazza. Vorrei che s’innamorasse perdutamente di me, così che possa abusarne in tutti i sensi. Come vedi è una richiesta altrettanto immorale e corrotta, quindi non fare storie e modifica le clausole”.
“Ok, ok, calma. E chi ti ha detto niente?” Il suo tono era tra lo spazientito e il risentito. Sbuffò e una puzza mefitica m’investì acre e pesante.
“Ma che diavolo hai mangiato, topi morti? – gli dissi, girandomi da un lato –. Cerca di non respirarmi proprio in faccia, accidenti!”
Non parve neppure accorgersi del dispregiativo e come niente fosse mi chiese: “E chi sarebbe la fortunata? Devo saperlo, per dare il nullaosta”.
“Per la verità – risposi – Non so neppure come si chiama. Né chi è e nemmeno se esiste davvero”. Prima che la sua espressione da stranita divenisse di compatimento, aggiunsi: “E’ una ragazza, almeno credo che lo sia, conosciuta in chat. Una mitomane odiosa come merda di cane attaccata alle suole, ma mi ha sbirillato. La voglio in carne e ossa per fare certi giochini…”
“Capisco – la luce di compatimento non era del tutto svanita dal suo diabolico sguardo – Devo sentire giù. Dammi tutti i dati che hai”.
Così dicendo estrasse un telefonino di modello antiquatissimo con tutti i numerini e le lucine rosso fuoco e digitò furtivamente un numero, quasi temesse che lo individuassi. Sai quanto importa a me di conoscere il numero di Belzebù!
“Passami il capo – grugnì al microfono e, subito dopo – trattasi di una variazione per un vecchio cliente”.
Qualche istante d’attesa e poi riprese, con tono assai più deferente, spiegando, papale papale, la mia richiesta. Mentre parlava mi lanciava occhiatacce sbilenche.
“In quale chat vi sentite e che nick usa?” Chiese girandosi verso di me. Glielo dissi e lui ripeté. Rimase qualche secondo all’ascolto e il suo orribile viso si atteggiò dapprima in un’espressione incredula, quindi beffardamente ironica: “Davvero? Ah ah ah!”
La sua risata non aveva niente di diabolico, era allegra, solare oserei dire. Molto strano.
Cominciai a preoccuparmi. Non era un comportamento normale, non abbastanza demoniaco, aleggiava un’aria ridanciana, da caserma, qualcosa non andava.
Si girò di nuovo verso di me e mi chiese: “E’ per caso una megalomane che asserisce d’essere attrice e si compiace d’essere ancora una bambina, viziata, dolce e gay e ha il malvezzo di riempire lo schermo di parentesi aperte o chiuse?”
Incazzato risposi “Sì, è lei”.
Scoppiò in un’altra risataccia sguaiata e stavolta m’imbestialii sul serio: “Ma che cazzo hai da ridere, idiota cornuto!”
Lui aveva nel frattempo chiusa la comunicazione e senza curarsi del mio sbotto mi disse, con calma mefistofelica: “Se proprio lo vuoi, tecnicamente la cosa è possibile. Però c’è un piccolo problema”.
Ero fuori di me.
“Adesso cominciate anche voialtri a rompere, mi sembra di essere all’ufficio del Catasto. Cosa c’è che non va nella mia richiesta?”
Non capivo il perché di quella gratuita ilarità e mi sentivo frustrato.
“La tua “amica” caro mio, è già una nostra vecchia conoscenza. Ci ha portato più clienti lei della campagna pubblicitaria del 2001 su DemonTV – la sua voce era volutamente neutra quando proseguì – Se la vuoi tutta per te in cambio dell’anima, devi metterti in lista d’attesa caro il mio ciccio. Per tua informazione sappi che la fila è lunghissima e ci sarà da aspettare qualche secolo. La gentile signorina ne ha rincoglionito una cifra di bambacioni come te!”
Stavolta rise sardonicamente quando continuò ghignando: “Vuoi che metta anche te in questo gironcino di coglioncelli?”
Col sangue che quasi mi schizzava dagli occhi per la rabbia, gli strappai di mano carta e penna e scarabocchiai inferocito la mia firma sul contratto. Quello con le condizioni vecchie.
Al diavolo Internet e tutte le stramaledette chat!
giovedì, 27 ottobre 2005
Categoria : racconti
LA SETTIMANA

“Dove vai Sabry?”
L’onda sonora si propaga vivacemente nell’aria fino a farle risuonare i timpani. La scuote un brivido indigesto. La domanda è sempre quella e la voce, quella voce che non cambia mai di un tono, spudoratamente allegra. Le basterebbe avvertire un non so che cosa di insolito per rispondere. Invece allunga il passo.
Lontano, vuole arrivare lontano. Non vuole guardare dove mette i piedi, non vuole vedere niente, più niente di tutto quello che vede già da una vita. Piuttosto Sabrina vorrebbe sentire, sentire le gambe che si muovono, il cuore che pulsa, il respiro che si stanca e il sangue squagliarsi dentro.
E’ un labirinto. A destra, verso il centro, ci va ogni giorno. A sinistra, sulla circonvallazione, é passata migliaia di volte. Allora dritto, ma la strada la conosce, le conosce tutte. A memoria. Si ferma un attimo. Il respiro, deve controllare bene il respiro. Se ne sgargarozza un po’ giù per il naso. E’ pieno di macchine in giro e sente il biossido calarle attraverso la gola come avesse una marmitta piantata in bocca, segno che è viva dopotutto.
Riprende forza, alza lo sguardo pronta a ripartire, ma, diavolo, troppo tardi!
“E te Sabry cosa ci fai in giro a quest’ora di sabato mattina?”
Ecco, lo sapeva, è finita la festa.
“Dai che ci facciamo un caffè insieme!”.
Simone le ha già inforcato un braccio e se la trascina dietro come una sporta della spesa.
“Oh, ma cos’hai? Ce la puoi fare?”.
Chissà … ”Simone, senti, non ho proprio tempo…”.
“Dai, va là, non scherzare che c’è sempre tempo per un caffè e vedi di non tirartela troppo per piacere!”.
Simone è una forza devastante della natura. Lo conosce da troppi anni per tentare di resistere o anche solo di spiegare e nemmeno le va.
“Una cosa veloce però”, ma lui si è già sparato dentro la pasticceria. Spinge la porta dannatamente pesante.
Soliti odori, stessi rituali ed è già nausea. Non ne ha voglia, non ne ha più voglia. Guarda l’immagine muta di quello che fino a ieri era un vecchio amico, lo guarda fissare accorto il bancone traboccante di paste come un’ allupato e capisce che non può. Non può restare un secondo di più.
“Simo, guarda, grazie davvero, non è giornata. Sarà per la prossima” e volta decisa le spalle a quella smorfia inebetita.
Fuori. E’ fuori. E’ sulla strada e subito la investe il passaggio del tram. Vede lo sguardo vacuo di chi lo alloggia. Persone obbligate ad una promiscuità irriverente, senza essersi scelte, senza avere nulla da spartire le une con le altre se non l’avvitamento incessante in una quotidianità fitta, aberrante. E’ come se ne sentisse le voci, l’alito raffermo, il sudore squizzare dalla pelle. E’ pronta adesso, pronta a non capire che direzione prendere, pur che possa camminare.
Si sposta così, nel caos della sua mente, divincolandosi dall’isteria collettiva del cosa si deve fare, dove si deve andare e perchè. Percorre chilometri coi piedi che le pulsano, le mani informicolite, le gambe che tremano. Non percepisce rumori, non vede niente e nessuno e si ascolta. Ascolta le tempie che battono, l’arsura che le lega la bocca, le ginocchia che cigolano. Dopo anni e anni di estraneo frastuono, finalmente si ascolta e si sente. Sente tutto quello che si è negata di sognare, perché era piccola, piccola ed insignificante. Sente tutte le cose che avrebbe voluto e che ha lasciato andare, per paura, per non sentirsi in colpa, per non dispiacere. Sta per soffocare, per piangere o forse per cadere. C’è un cancello, ci si aggrappa. Abbassa lo sguardo e … stranamente qualcosa la sorprende. Qualcosa che è sempre stato lì e che pure non ha mai considerato.
La strada è piena di striscie. Azzurre per parcheggiare, gialle per le fermate dei bus o i bidoni, bianche e sottili per delimitare le due carreggiate, bianche e larghe per attraversare. E’ un tripudio di scomparti, recinti, indicazioni, obblighi, divieti. Un altare alle convenzioni sociali, al come si deve vivere, a come ci si deve muovere e in quale direzione.
Ha imparato che la strada è sinonimo di fuga, ribellione. Un luogo per spiriti liberi e menti aperte, l’occasione di incontri e di sperimentazione. Ora sa che è solo l’ennesima bugia. La strada è solo l’imbuto della fantasia dove fare scorrere le speranze prima di metterci il tappo.
Improvviso, le torna limpido alla mente il ricordo di quando da bambina giocava “alla settimana” disegnata col gesso in cortile, le dita scorticate e un sassolino in mano. Uno, la partenza. Sette, il riposo. Tutta saltando su un piede solo e guai a perdere l’equilibrio. Adesso non si gioca più.
Stacca la mano dalle sbarre polverose del cancello, c’è una riga nera che le passa attraverso.
Giorgia Monti
Estromesso da Stradivarius alle ore 01:43