lunedì, 15 marzo 2004

Categoria : racconti




Velho72

Il giovane vide i riflessi rossastri insanguinare le dune un po’ più a sinistra della sua direzione, deviò leggermente e qualche tempo dopo vide il fuoco. Una figura indistinguibile vi stava chinata sopra. Si avvicinò in silenzio, le membra indolenzite dal lungo cammino, la gola polverosa. Il vecchio non si voltò, ma dal lieve irrigidirsi delle sue spalle capì che l’aveva sentito.
“Vieni a sederti. Sarai stanco.” Disse. La sua voce rotolò nell’immenso silenzio che impregnava le cose.
Trasalì, sorpreso di tanta indifferenza, gli parve quasi che lo stesse aspettando, come se avesse sempre saputo che stava per arrivare.
Compì un piccolo semicerchio, gettò in terra lo zaino di montone ormai vuoto e si sedette davanti a lui. Il vecchio neppure alzò la testa e continuò a riempire la piccola pipa che teneva fra le mani.
“Sei arrivato giusto in tempo per accenderla.” Disse porgendogliela, togliendo ad un tempo uno stecco incandescente dalle braci. Mentre la prendeva il giovane notò le mani brune e vizze e tirando le prime boccate, vide che i suoi occhi neri e penetranti lo stavano fissando attraverso le volute del fumo, inspirò con forza e trattenne il respiro finché non sentì il calore entrargli nel sangue.
“Avrai sete” Disse il vecchio alzandosi in un modo quasi solenne e recandosi alla pozza lì accanto da dove gli ritornò una ciotola d’acqua.
Il giovane la prese passandogli la pipa e mentre beveva avidamente lavando la polvere dalla gola, lo guardò tirare con gli occhi socchiusi.
“Sei tu Usul, il vecchio saggio?” Gli chiese sentendo la sua voce gorgogliare insicura.
“Hai forse visto qualcun altro nei pressi per cui potresti dubitarne?” Fu la risposta.
“Sei venuto fin qui per chiedermi chi sono?”
Forse era l’effetto della droga, ma si sentiva stranamente calmo e tranquillo, dolce.
“Sono venuto perché tu mi indichi la via” Disse il giovane, ricordando gli innumerevoli giorni di ricerca e il faticoso errare, chiedendo ai pastori di Colui-che-parlava-con-la-Luna, del vecchio che da tempo immemorabile vagava nel deserto.
Lui lo fissò in silenzio, non gli chiese nulla, ma sentiva che il suo sguardo leggeva dentro il suo animo, captava le sue sensazioni, trovava le mille domande e dubbi che l’avevano spinto fin laggiù.
Poi, dopo un tempo imprecisabile il vecchio parlò. Parlò di casa, di famiglia, di terre lontane e mari in tempesta. Parlò di matrimonio, di figli, di amicizie infide, di ricchezze e povertà, di emozioni, di odi e amori, di caldi corpi di donna e fredde solitudini, di immensi dolori, di esaltanti gioie. Il suo era un racconto, la storia di una vita, la storia della sua vita.
Improvvisamente tacque e si mise ad attizzare il fuoco. Il giovane lo guardò, confuso. Non aveva ancora avuto risposta. E non voleva adirarlo chiedendo di nuovo.
Poi si decise e domandò.
“Allora dimmi, tu che hai avuto tutto questo, perché sei venuto quaggiù, oltre il grande Sietch e i palmeti dell’ovest, cosa mai ti ha spinto in queste terre desolate?”
Il silenzio che seguì alle sue parole, sembrò ancor più cupo al secco crepitio della legna che ardeva. Il vecchio lo fissò a lungo, i suoi occhi brillavano. Quando riprese a parlare quasi non se ne accorse.
“Un giorno, come te, persi la via e venni quaggiù per ritrovarla. Solo con me stesso, meditai sugli errori cercandone le cause. Tutto mi apparve chiaro alla luce della  luna e vidi ben nette le cose che avrei dovuto fare per avere una vita felice.”
Si interruppe e bevve un sorso d’acqua. Il giovane era ansioso, capì che era arrivato il momento di sapere, di ripagare le immani fatiche della sua ricerca con l’apprendimento della verità.
Quando il vecchio riprese a parlare però, la sua voce aveva un tono di tristezza.
“Dapprima l’ovvietà di questo mi stupì, tanto era evidente. Avrei dovuto creare un mio mondo dove il giusto e lo sbagliato sono netti e distinti, incastrati negli avvenimenti in modo preciso lungo la scala del tempo. Ma poi capii che proprio qui risiedeva l’errore, il più imperdonabile di tutti, perché il mondo non può essere mio, dal momento che io appartengo a lui.”
Appena dette queste parole, svuotò la pipa e la ripose in una sacca, radunando le sue poche cose. Il giovane capì che il colloquio era finito e si alzò. Lungo il profilo delle dune il cielo si stava schiarendo di rosa. Si sentiva ancora più confuso di quando era arrivato e così assorto la voce del vecchio lo colpì per il suo tono fresco e deciso quando gli disse.
“Il cammino che ci attende è molto lungo e difficile, meglio affrettarci.”
Guardò sorpreso il vecchio che, dopo aver spento il fuoco scalciandovi sabbia in un gesto in cui gli parve di scorgere una punta di stizza, si chinava a riempire gli otri di acqua.
Solo allora capì. Aveva avuto la risposta che da tanto aspettava. Raccolse lo zaino e si girò verso la direzione da cui era venuto. Sulla sabbia vellutata le sue tracce erano scomparse, il dolce vento della notte aveva già cancellato le sue orme e sarebbe stato impossibile rifare lo stesso percorso in mezzo a quel mare vivo e ondulante, ma questo non lo spaventò. Adesso non più.
Si girò e vide il vecchio alle sue spalle, le rughe del viso distese nell’unico sorriso, gli occhi fiammeggianti.
“Andiamo” disse, e scivolarono leggeri sulla sabbia danzante.



Estromesso da Stradivarius alle ore 10:20
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lunedì, 08 marzo 2004

Categoria : racconti





Cercavo una confezione di panna acida; avevo invitato a cena una coppia di amici e lei, la mia compagna russa, aveva promesso di cucinare il borsch, una squisita zuppa di verdure tipica della sua terra. Mancava la panna acida per darle quel tocco di sapore particolare. Ma era improbabile la trovassi, la cucina mediterranea non prevede quest’ingrediente, che io sappia.
Perciò ero finito in centro, impegnato in un’infruttuosa ricerca. Neppure quel negozio di specialità culinarie ne era provvisto e stavo ritornando pedalando pesantemente, il respiro abaffato dall’aria densa di quel pomeriggio di fine estate.
Pochi metri prima della piazza, zigzagando tra la consueta folla della zona pedonale, statica e passiva come un gregge di pecore, lo vidi e quasi lo arrotai nel tentativo di farmi notare.
“Ehi, Alci, che fai qui?”.
Lui mi vide solo quando stava per essere speronato. Stava andando spedito con gli occhi che guardavano lontano, seri e un po’ tristi, jeans e T-shirt blu avio con un appariscente stemma americano stampato sul petto.
“Ohi, ciao! Come stai?”.
Motobici Due“Abbastanza bene, ma il mio vecchio sta malissimo. L’altra notte ha avuto una crisi, abbiamo dovuto ricoverarlo d’urgenza. Gli hanno trovato delle ulcere allo stomaco; proprio ieri gli hanno fatto una trasfusione di sangue.”
Non finii la frase che il mio cervello andò in pausa, assalito dalla rievocazione di corsie impregnate da un fetore indefinibile, di orbite infossate in corpi rattrappiti, di lugubri silenzi lacerati da urla di bocche slabbrate.
Reagiii scrollandomi di dosso una raggelante sensazione di angoscia e dopo qualche secondo aggiunsi: “Temo che ormai sia alla frutta, purtroppo”.
“Oh poveretto, me l’aveva detto la mamma che stava male! Dov’è, all’ospedale di Faenza?” I suoi occhi continuavano a guardare lontano.
“Sì, non ti dico il casino. Siamo tutti in mobilitazione, mia mamma, io e la mia donna, mio fratello e mia cognata, su e giù, notte e giorno. La cosa tragica è che lui neanche se ne rende conto, ormai è scollegato dal mondo reale”.
Mio padre soffriva di demenza senile e da un paio di mesi non era più autosufficiente, vederlo ridotto così prendeva allo stomaco, faceva male.
Nessun essere umano, fosse anche il più immondo, merita un epilogo così degradante. Lui poi, di quelli di una volta, razza Piave, energico e attivo fino alla soglia degli ottanta, proprio lui, uno di quei pochi che aveva sempre marciato dritto.
“Da dove vieni?”
Mi sembrò naturale chiederglielo, ma anche stupido; un moto inconscio per cambiare argomento.
“Sono stato a tagliarmi i capelli da Jean David, nel corso. Sono molto bravi”.
Così dicendo, inclinò lievemente il capo per mostrare il taglio fresco, corto, mosso. Un taglio attualissimo. Stava bene.
“Sì, li conosco, mi piace il loro stile. Ci sono stato una volta anch’io a Rio de Janeiro. Pensa che avevano uno studio a neanche cinquanta metri dal ristorante di Ipanema”.
“Davvero?”
Pareva divertito da questa combinazione.
“Sei un po’ inciccito o sbaglio?”.
Aveva i contorni del viso più arrotondati dall’ultima volta che l’avevo visto, poteva aver preso un paio di chili.
“Vero che lo sono? Lo dico sempre a mia mamma, ma lei insiste sempre per farmi mangiare”.
“Stai attento, le mamme uccidono per troppo amore, lo sai vero?” Sorrise.
“E il lavoro, hai poi trovato qualcosa?”
Si rabbuiò un po’, infastidito nel dovermi dare una risposta che non avrebbe voluto.
“Macché, ancora niente. E’ difficile. Mi presento per chiedere un lavoro, uno qualsiasi, e mi guardano come se fossi entrato per compiere una rapina. Proprio stamattina ho consegnato tre curriculum ad altrettante ditte nella zona industriale. Non mi hanno promesso niente. Terranno presente, mi hanno detto”.
“Devi insistere e soprattutto devi crederci. Prima o poi ce la farai. Torna a trovarli, spiega la tua situazione, digli che hai già qualche esperienza. Insomma, fatti coraggio e proponiti”.
Assunse un’espressione decisa, la voce gli uscì ferma, al contrario delle altre volte quando era stato più elusivo.
“Sì, ci torno domani. Non ne posso più di starmene in casa aspettando chissà cosa, un qualcosa che non arriva mai. Mi sento così frustrato…”
“Beh, meno male che l’hai capita, vai e uccidi. Tieni duro e vedrai che alla fine un lavoro lo trovi, e senza dover architettare strampalate avventure. Se hai qualche chance, sparala qua che giochi in casa; questi propositi bislacchi di progetti esotici non sono altro che fughe, un paravento per gli incapaci. Non c’è bisogno di attraversare un’oceano per tirare fuori le palle ”.
Capì subito che mi riferivo all’idea della Costa Rica che sua madre gli aveva messo in testa solo perché il suo ex era finito là, o addirittura il Cile che non ho mai capito come sia saltato fuori.
“Già, infatti le volte che sono andato là non ho visto niente che…”
Lo interruppi, quell’argomento riaccendeva bruciature che avevo provato sulla mia pelle, era come rigirare il coltello nella piaga dei miei fallimenti.
“Fidati, lo sai che ci ho provato no? L’Eldorado è finito da un pezzo, ammesso che sia mai esistito. Sapessi quanti ne ho visti arrivare in Brasile con grandi idee, certuni anche carichi di soldi. Ma ho visto pure come hanno fatto presto a finirli, sbrodati tra le cosce di qualche puttanella o bruciati in affari sballati. Mai ho visto qualcuno riportarseli a casa”.
“Mi sa che hai proprio ragione, qua però è dura, bisogna insistere e non basta. Sta cosa mi fa incazzare, ma tornerò a parlare con tutti, anche perché mi sono dimenticato di mettere nel curriculum che godo di una percentuale di invalidità civile; per loro è un vantaggio. Possono risparmiare anche un cinquanta per cento nei contributi”.
“E che cazzo! Come puoi aver dimenticato una cosa del genere! Sei proprio un coglione. Guarda che se sanno di avere un tornaconto, nel caso avessero bisogno, ti prendono al posto di qualcun altro”.
L’argomento era ozioso, ma mi confortava quel lampo di determinazione nei suoi occhi, una luce che ancora non gli avevo visto dopo il tremendo incidente di cinque anni prima, quando, dopo tre mesi di lotta inconsapevole, grazie alla forza della sua giovinezza, era riuscito a riemergere dal coma, ristabilendosi accettabilmente solo dopo tre interminabili anni di riabilitazione, fisica e psicologica.
Adesso poteva dirsi recuperato, tranne indesiderati “buchi di memoria” e qualche comprensibile incertezza, avendo spalmato su quel ruvido asfalto ricordi ed esperienze acquisiti fin lì.
Avevo davanti un ragazzo nuovo, intonso, senza dubbio più aperto ed estroverso, pronto ormai a ributtarsi nel calderone della vita. Adesso gli mancava solo il lavoro per riappropriarsi di quella normalità che cercava rabbiosamente di riconquistare e invece le sorelle trascinavano come uno zaino sfilacciato colmo d’insoddisfazione attraverso giornate insofferenti.
Quanto diverse possono essere le visuali dello stesso soggetto, se si sposta l’angolo di osservazione!
Seguendo questo filo, la domanda che scaturì fu inevitabile, ovvia.
“Cambiando discorso, le tue sorelle come stanno? La Giorgia è sempre fidanzata?”.
Sulle sue labbra, tra i peluzzi della barbetta, si disegnò un sogghigno dal quale capii che la risposta non sarebbe stata quella che speravo.
“Sì, sta sempre col nero. Sempre innamorata, anzi, pare vogliano andare a vivere assieme”.
“Ah sì?”.
La cosa non mi stupì più di tanto conoscendo questo lato anticonvenzionale, perniciosamente datato e retrò, del suo carattere.
“E dov’è che andrebbero ad abitare, lui ce l’ha una casa?”.
“Non lo so, ho sentito parlare del Senegal, credo che vogliano andare a vivere proprio laggiù”.
Stavolta rimasi colpito e qualcosa, dentro il petto, mi fece male.
“Ah ma allora è un vizio! Anche lei con la mania dell’estero? Che razza di stronzata, non sarà mica convinta sul serio di riuscire a sopravvivere in quel paese?”
Lui parve concordare con questa, seppur istintiva, reazione.
“Già, mi sa che lei non se ne renda mica conto, in un paese così povero e di religione mussulmana poi!”.
“Infatti, questo è uno dei problemi più grossi. Come può pensare di vivere tranquilla là, donna bianca, in mezzo a tutti quei negri, mica potrà circolare come e quando vuole. Ma che ha nella testa, segatura? E le condizioni di vita poi, non vedi che ne muoiono a decine tutti i giorni nel tentativo di venire qua clandestinamente. Poveri disperati alla ricerca di un futuro migliore. Cosa crederà mai di dimostrare…”.
Continuai nel timore di essere frainteso.
“Guarda che non sto facendo un discorso razzista di merda, in questo caso non c’entra un’ostia, qui si tratta di scelta di vita e ne sta facendo una molto pesante per le spalle che ha. Per me non ha idea di quello che l’aspetta. Cazzo, ma se succede qualcosa, se per caso ha bisogno di un ospedale, di un medicinale raro? Mi sembra pura follia. Posso capire la sua repulsione per il nostro sistema, che non ha mai voluto accettare, ma non è certo questa la soluzione, no davvero. Non è per caso che le si é bacato il cervello con lo Yoga e tutte quelle astruse filosofie orientali?”.
Quasi non mi riconobbi dopo quello sfogo. Già, fin troppo facile sentenziare quando non si è coinvolti, ben altra cosa quando certe situazioni ti toccano da vicino, dentro.
“Va bé, lasciamo perdere, è grande e vaccinata, in più ha la testa dura. Spero almeno che faccia una prova prima, limitata nel tempo, così potrà rendersi conto".
“Sì, credo anch’io sia quello che ha in mente, una vacanza per vedere il posto e poi sono convinto che cambierà idea".
L’espressione stampata sul suo viso sembrava in sintonia col mio stato d’animo, ma i suoi occhi continuavano a guardare lontano e mi sorse un dubbio. Lui era “veramente” lì in quel momento?
Non ebbi il coraggio di chiederglielo e lo abbracciai, era tempo di andare. Mi accommiatai con una pacca sulla spalla e rimontai in sella.
“Okay, speriamo bene, chissà che non ci ripensi e tu preoccupati per te; torna alla carica in quelle fabbriche. Fammi sapere, mi raccomando…e chiamami quando sai qualcosa. Adesso vado. Sono proprio contento di averti visto. Salutami la Cecilia, ciao Alcide”.
“Sì, ti chiamerò, ciao babbo”.
S’avviò con passo svelto, petto in fuori, sapevo che non l’avrebbe fatto e avrei dovuto chiamarlo io. Lo guardai per qualche istante allontanarsi, poi calcai sul pedale e ripartii scansando pedoni zuzzerellanti senza meta tra vetrine scintillanti e baretti ammiccanti. La normale, piccola folla di una piccola città di provincia.
Pedalando verso casa sogghignai tra me e me: accidenti, pensai, che forza il cervello umano, sono in bici ma in appena dieci minuti di chiacchiere abbiamo fatto il giro del mondo. Poi mi sovvenne che stavo tornando a mani vuote, scrollai le spalle, per il borsch avremmo usato la maionese, il risultato sarebbe stato eccellente lo stesso.



Estromesso da Stradivarius alle ore 20:21
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