Il giovane se ne stava all’ombra dell’ulivo. Anche se rarefatta lo riparava, perché in quei primi giorni di Maggio, dopo un inverno tosto e un inizio di primavera incerto, il sole picchiava duro e quando gli fosse tornato appetito sarebbe stato molto meglio mangiare al fresco.
Che poi lì, sulle pendici erbose del Lago Flumendosa così verdi, di quel verde brillante nei toni volgenti al giallo acido, coi margini delimitati dal cespugliame novello e multicolore formato da un melange di corbezzolo, lentisco, ginepro e mirto, dai quali si spandono olezzando i più svariati profumi, primi quelli della ginestra e del rosmarino, l’aria, spazzolata dal maestrale, è tanto cristallina da ravvivare i colori come il trasparente sullo smalto e, fresca e aromatizzata com’è, mette subito in movimento i succhi gastrici.
Infatti, il giovane aveva sempre fame. E neppure avrebbe potuto sottrarsene, non poteva farci proprio niente, era una cosa troppo istintiva, atavica.
Stava per iniziare a mangiare di nuovo quando li sentì arrivare. Erano ancora lontani ma il rombo, inconfondibile, oltre il loro arrivo annunciava anche la velocità birichina alla quale stavano procedendo.
Non avrebbero tardato a sbucare dal curvone in alto, scorrevole e veloce, con il fondo rifatto da poco e in condizioni di aderenza perfetta per un motociclista che vuole il massimo grip. E tutti i biker degni di questo nome lo “sentivano” in quelle meravigliose strade della sua terra, lo si capiva da come piegavano, dai lampi di di luce degli occhi e dall’aura di adrenalina di cui erano pervasi, felici come topi nel formaggio.
Poi il rombo cambiò di tono diventando più cupo, passando a quel sordo rumore che il motore emette quando i corpi farfallati vengono chiusi. Si sarebbero fermati.
Questo non lo meravigliava, in quel punto si fermavano in tanti, vinti dal languore e dalla bellezza del panorama, tranne qualche incurabile smanettone che volava via rapito dall’ebbrezza della velocità,
Infatti non tardò molto a spuntare l’apripista seguito dai compagni tutti in fila indiana con la tipica andatura a scemare di chi si sta fermando.
Il giovane conosceva il punto dove lo avrebbero fatto e, rigirandosi assieme al gregge verso la piazzola poco più giù, s’apprestò ad assistere alla scena quasi liturgica cui era ormai avvezzo.
Questo era un bel gruppetto, circa una decina di moto, tutte di grossa cilindrata, diverse tra loro ma con lo stesso stemma rotondo a spicchi bianco e azzurri, tranne una.
Messa la stampella laterale ai mezzi meccanici e tolti i caschi, alle orecchie del giovane, cominciarono a giungere le esclamazioni dei centauri. Chi era stupefatto dalle splendide condizioni, dell’asfalto, chi dal panorama, chi dalla piega così stesa che aveva fatto, chi dalla tenuta dei pneumatici… Insomma, i soliti commenti di chi, come loro, viaggiava non solo per il gusto di viaggiare, ma anche per il virile piacere della guida, una cosa che pareva ormai riservata solo a quei mezzi a due ruote, a detta loro e di tutti quelli che li avevano preceduti.
Al giovane sarebbe piaciuto un sacco provare questa forte emozione e spesse volte s’era trovato a pensare come, nel suo stato, avrebbe mai potuto farlo, senza riuscire ad immaginare però una soluzione possibile.
Si limitò ancora una volta a tirare un sospirone e, tanto per diluire il magone, a sbocconcellare qualcosa, masticando senza mai perdere di vista la scena, perché si divertiva troppo nel cercare di interpretare le varie personalità di chi sostava lì. Ormai era diventato quasi un sport per tutti loro indigeni stanziali che potevano godere di tanto pochi, bucolici passatempi.
Così, confortato dalla rassicurante ombra dell’ulivo, si cimentò nella divertente impresa di carpire le personalità e le sensazioni degli occasionali visitatori, cominciando in ordine d’arrivo, dal capo-branco cioè.
Questi era l’unico che viaggiava col passeggero, che in realtà era una femmina quindi una passeggera. Le altre selle delle rombanti cavalcature erano invece occupate tutte da esemplari maschi.
Quello che pareva il capoccia era a bordo di una panciuta moto nera. In realtà si trattava di un capone, in quanto, in pendant col suo mezzo, era piuttosto corpulento con una panza pronunciata e tesa quanto il ventre di una capra incinta. Però pareva non dolersene più di tanto, forse s’era abituato a convivere con quel barilotto, o forse s’era ormai rassegnato e, nonostante l’impaccio della mole, era molto presente, partecipe dell’emozione diffusa e il giovane captò distintamente che, frammisto all’evidente compiacimento per aver condotto il gruppo in quei posti di sogno dopo averli studiati tanto a tavolino, emanava pura soddisfazione per esserci fisicamente in quei posti, panza compresa, e non solo col pensiero.
La sua compagna, alta e magra, dalla pelle bianca e tratti inconfondibilmente nordici era tesa. Spaventata dalla velocità, ma soprattutto dai tratti di strada sui costoni, con l’abisso aldilà del guardrail. Soffriva di vertigini, ma nonostante la strizza era estasiata dalle bellezze che avevano riempito i suoi occhi in quella terra sì aspra, ma improvvisamente anche tanto dolce.
Il sacrificio di stare in sella tremante con l’ausilio dello Xanax, era abbondamente ripagato da ciò che stava vedendo. Solo quel blu cobalto spudorato che il mare ogni tanto esibiva! Un colore così se l’era solo immaginato, lassù nelle fredde terre in cui era nata.
Il secondo biker guidava una moto grigia, grossa e grassa quanto una mucca ed era in completa trance mistica. Gli occhi sprizzavano felicità e il cuore pompava gioia pura per calcare quel suolo agognato, per correre su quell’asfalto così rasposo, per aver finalmente “staccato” ed aver partecipato a quel viaggio che sognava dal lungo inverno, passato a serrare teste e calibrare valvole, tutte le volte che sul lavabo si puliva le mani dall’olio bruciato, invidiando le moto che vedeva partire e lui invece lì, a rimetterle in sesto al loro ritorno. Ma adesso c’era e, perdio, se li sarebbe goduti quei sette giorni, alla faccia dei tagliandi in attesa!
Il terzo non era ancora sceso dalla sua cavalletta bianca e grigia che già sbuffava nervose boccate dalla sigaretta accesa al volo, le mani tremolanti di adrenalina, gli occhi spiritati che sparavano allegria tutt’intorno. Era completamente fuori, eccitato per la bella tirata che avevano fatto poco prima di sbucare sul lago, dove il panorama li aveva costretti a chiudere per guardare lo spettacolo intorno, anziché il raggio di curva. Saltellava felice per raggiungere gli altri strillando parole entusiastiche. Dentro di sé non vedeva l’ora di rimontare in sella e ripartire sgommando.
Seguiva poi un tipo placido e tranquillo, con stampata sul viso un’espressione estatica e riflessiva. Lui, oltre che godere direttamente della guida, godeva della goduria altrui. Sì insomma, si masturbava cerebralmente nel vedere realizzati i suoi progetti, nel percorrere gli itinerari a lungo studiati assieme al battistrada, nel vedere gli amici divertirsi, gustare il viaggio, il gruppo unito, compatto e massiccio. Questo era bene, era il giusto modo di andare in moto. In buona compagnia, su e giù per posti meravigliosi. I problemi a casa.
Il prossimo era una freccia, la freccia del gruppo. Guidava sempre dentro la moto, pulito e composto, ma veloce come il fulmine. Era bello a vedersi, dentro e fuori la moto. Del fatto che era un bel ragazzo, se n’erano accorte parecchie femmine, ma per prima anche sua moglie che, dopo esserselo sposato, aveva cominciato a controllarlo. Inevitabilmente erano sorti un po’ di casini e stava attraversando un momento piuttosto burrascoso. Tutto questo non era una gran novità, specialmente tra le coppie moderne, ma forse c’era modo di rimediare. Lui ci stava provando. Per fortuna adesso era lì, a godersi quel viaggio, a respirare un po’ d’aria pura, incontaminata. Dio solo sapeva quanto bisogno ne avesse. Forse al ritorno avrebbe avuto idee più chiare, chissà. Adesso doveva solo pensare a dare gas, a volare da un tornante all’altro. Per le preoccupazioni c’era tempo.
Un lavoro avviato sul viale del tramonto, una professione seria intrapresa con serietà che gli aveva riservato parecchie soddisfazioni ma che, mutatis mutandi, partendo dalla sua lontana terra del sud, di quel sud ancora povero, ed arrivando fin dove era arrivato, da solo, era forse giunta al capolinea. Più di tanto non avrebbe potuto dargli e lui era un po’ stanco. Smettere adesso non sarebbe stata né una vergogna, né una resa. Figli non ne aveva, il rapporto con la compagna stabilizzato come il fondo di quelle strade sarde che stava percorrendo, cercando di non perdere il contatto con quella torma di diavolacci scatenati. Ma si stava facendo onore, al contrario delle prime uscite ora non lo staccavano quasi mai. Non lo aspettavano più e lui, di conseguenza, non si perdeva più. Questi erano i pensieri, permeati di soddisfazione, del quinto componente, quello della moto tutta rossa. Il giovane li captava chiari e forti, mentre il proprietario stava aspirando boccate da una sottile sigaretta, estraniato da ciò che lo circondava.
Quello dopo di lui era nuovo. Non d’esperienza motociclistica, che forse ne aveva più di tutti, ma di quella squadra. Aveva esitato un po’ a farne parte e partecipare a quella che si stava rivelando una splendida gita. Lui pensava di avere un altro passo, di doversi un po’ adattare abbassando il ritmo, invece era successo il contrario, lo aveva dovuto alzare. E di questo era ben felice, perché lui, in età più giovane, aveva anche calcato le piste e qui, nella magica Sardegna, aveva scoperto tracciati che alla pista nulla avevano da invidiare. Poco o niente traffico, curve ben raggiate, fondo superbo, compagni veloci e quindi… giù di polso a smanettare volando come un fringuello alle prime uscite. Bello, anzi, bellissimo. Sarebbe sicuramente tornato per un replay, in quei posti.
Grande e grosso, a bordo di una di quelle cavallette, la sua era rossa, l’ottavo componente era tranciato in tre pezzi, diviso com’era tra la libidine fotografica, l’ebbrezza della velocità e la passione per la tavola. Buona o mediocre che fosse, purchè ce ne fosse, imbandita e annaffiata di vino. O birra. Un crapulone a due ruote, uno spasso per gli altri che si sbellicavano tutte le volte al racconto del malcapitato compagno di stanza delle sue trombanti russate e cagate a raffica. Pareva che non fosse un uomo, ma un tubo digerente a due gambe dal carattere aperto e gioviale, sempre pronto alla smanettata e all’abbuffata. Però sensibilissimo, capace come pochi di vedere e apprezzare panoramiche o scorci, di cogliere espressioni o episodi, tronchi contorti o bianche spiaggette. Un fotografo nato, un novello pittore che al posto dei pennelli usava la tecnologia digitale della sua imponente Nikon. Una presenza che si notava soprattutto quando mancava.
Il giovane studiò anche gli altri due, gli ultimi della fila. Uno pilotava una moto identica a quella del capone, ma di stazza era la metà. Lui, non la moto. Magrolino e agile, lo sguardo acuto, il pensiero diviso tra la magnifica sensazione data dall’ebbrezza della velocità e quella della libertà. Libertà dagli impegni del lavoro, assillante, incombente, nonostante il valido aiuto della moglie. Era riuscito a ritagliarsi questo viaggio e qualcun altro l’aveva in programma, ma avrebbe voluto fossero molti di più. Amava viaggiare in moto, al contrario dei faticosi e noiosi viaggi in macchina all’estero, in quei paesi dell’est europeo dove s’era costretti a portare la produzione se ancora si voleva guadagnare qualche lira. Anzi, qualche euro. Ma era cosa sempre più difficile, sempre più competitiva, aspra, non come la gara con questi amici tra queste superbe montagne.
L’altro, l’ultimo, ma non ultimo in marcia, era bello rotondetto, ma andava come uno magro. Anche di più. Amico di amici, partecipava spesso alle loro gite, il suo mezzo era un po’ diverso, color dell’argento, aveva un nome un logo che ricordava qualcosa di musicale. A lui piaceva la velocità, quella vera. Del panorama o dei siti storici gliene poteva fregar di meno. Abituato alla pista o a tracciati da brivido, si era adattato agli altri e al loro modo di andare e si difendeva più che bene anche nel misto. Fumava come un turco e mangiava come un orco, i suoi modi bruschi, le sue battute caustiche. Ma adesso più che mai si sentiva uno di loro, si stava divertendo troppo, il posto, le strade e la cucina non potevano essere migliori. Gli piaceva godersi il percorso fluttuando preferibilmente nelle retrovie per poi scatenarsi nei tratti dove il ritmo aumentava e poteva liberare i centoquaranta cavalli e passa del suo motore.
Mentre finiva di interpretare questo ultimo personaggio, il giovane s’avvide del cambiamento nei movimenti del gruppo. Movimenti che annunciavano la ripartenza e ne fu addolorato, gli erano piaciuti quei ragazzacci, non più implumi, ma dall’animo di giovincelli, allegri e genuini rappresentanti della ruspante razza romagnola. Quella de mutor, non quella delle vacche.
Avrebbe desiderato che sostassero ancora un poco, magari avrebbe cercato pure di comunicare in qualche modo la sua istintiva simpatia nei loro confronti, ma non ebbe tempo. Il capone s’infilò il casco e fu come un segnale.
Chi fumava tirò l’ultima boccata e poi gettò il mozzicone pestandolo con lo stivale, chi s’era alleggerito iniziò a rivestirsi stiracchiandosi, chi s’era allontanato per scattare foto ritornò alla piazzola, in quattro o cinque si avvicinarono alla siepe di fichi d’india sbottonandosi la patta, urinarono e scoreggiarono e poi si avviarono alle loro motociclette con lo sguardo soddisfatto, scambiandosi battutacce da caserma sulla prostata.
Nel vederli avvicinarsi al prato, il cane pastore che fino a quel momento se n’era rimasto tranquillo all’ombra pelata della sughera, credendo chissà cosa, s’era alzato di scatto latrando ma senza troppa convinzione, e s’era avvicinato ai piscioni, fermandosi però a debita distanza.
Infine s’era acquietato, rendendosi conto che non stavano facendo nulla di losco e non costituivano pericolo per il gregge intruppato sotto gli ulivi.
Il giovane lo guardava con la coda dell’occhio mentre era concentratissimo sull’attività dei biker intenti a rimontare in sella. Ben presto giunse al suo orecchio il raschio sgradevole dei motorini d’avviamento seguito dal rombo consapevole dei motori. Il capone fece salire la passeggerà e s’avviò seguito ad uno ad uno da tutti gli altri. Non tardarono a sparire oltre la prima curva e con loro si spense il rumore.
Il giovane rimase in attesa, sapeva che da lì a poco li avrebbe risentiti, lontani, col tono del motore più rabbioso perché la strada laggiù era in salita, il rumore sarebbe rimbalzato ancora per qualche secondo riecheggiando, poi più niente.
Oltre il passo si apriva la lunga discesa che li avrebbe portati alle splendide coste del sud, dapprima Villasimius, poi, molto più a ovest, Teulada e le magnifiche spiagge di Chia, l’antica Bithia.
Il giovane lo sapeva non perché ci fosse stato, ma per aver ascoltato i racconti di molti suoi simili, provenienti da quelle zone. Era rimasto giorni interi, rapito, ad ascoltare di questi posti lontani.
“Bee-ee” Qualcuno lo stava chiamando.

Il giovane si girò, la sua amichetta lo stava guardando con luce speranzosa negli occhi. Lui brucò ancora qualche ciuffo di erbetta, non sarebbe durata ancora a lungo così fresca, tenera e saporita. Presto sarebbe arrivata l’arida estate, a quell’altezza tutto si sarebbe seccato e loro avrebbero dovuto migrare più in alto, in cerca di pascoli migliori.
Ma ogni cosa a suo tempo, oggi non voleva pensarci, oggi era troppo felice. Aveva avuto il suo spettacolino, la giornata era stupenda, l’aria frizzante, lui era pieno d’energia ed era soprattutto contento perché poco più di un mese prima era sopravvissuto alla Pasqua, quando molti dei suoi amici erano inspiegabilmente spariti.
Era tanto felice perché forse avrebbe vissuto ancora un anno intero, nel prato c’era ancora tanta grassa erba da brucare e la sua amichetta lo stava aspettando vibrando le orecchie.
Partì saltellando sulle quattro zampe attento a non scivolare con gli zoccoli e la raggiunse sul pratone.
Del gruppo di motociclisti il giovane agnello s’era già dimenticato.