giovedì, 23 luglio 2009

Categoria : emotion




Per motivi che non sto a specificare, perchè sinceramente non saprei spiegarli, abbandono questo blog. Lo faccio non senza rimpianti visto le numerose cliccate e rimando tutti gli amici ad un nuovo sito raggiungibile a questo indirizzo: http://web.me.com/stradivarius/stradivarius/Home.html I miei nuovi siti e Blog si possono raggiungere direttamente cliccando sui link HOT LINK nella colonna a sinistra di questa pagina. Vi aspetto di là, un abbraccio a tutti e grazie della compagnia

Estromesso da Stradivarius alle ore 21:46
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domenica, 15 luglio 2007

Categoria : emotion




Mi mandano le barche. Cioè quelli che fabbricano le barche mi mandano la loro rivista.
Patinatissima, ricchissima. Pensa che fanno inserti pubblicitari anche di macchine, la marca più sfigata è la Bentley.
Tutto il resto in proporzione. La loro barca più piccola è un diciotto metri con due motori da un miliardo di HP e costa milionate di euri.

37411[1]
Come pensano che possa diventare loro cliente? Per me si tratta di qualche scherzo di omonimia.
Oppure è stata quella volta, vent’anni fa, che ho visitato il Salone Nautico di Genova e devo aver lasciato i miei dati da qualche parte.
Era ancora l’epoca nella quale credevo fosse possibile far quattrini abbastanza per comprarmi un piccolo natante. Onestamente lavorando voglio dire.
Di tutti gli idealismi stupidi e sterili, questo è stato senz’altro il più cretino in cui abbia creduto. E l’ho fatto pure per parecchio tempo, finchè mi sono rovinato. Praticamente. Il fegato sicuro.
Ma loro la stramaledetta fottutissima rivista che sprizza lusso da ogni pixel continuano a mandarmela.
E a volte, perché proprio non ce la faccio a sopportare tutto questo strafottente esibizionismo, m’incazzo e penso a quanto sangue sia stato versato per farsele e quanta merda contengano le cambuse di quelle specie di navi sulle quali fanno cocaparty quei stramaledetti, fottutissimi criminali che ci comandano. Sodomizzandoci da mane a sera.


Estromesso da Stradivarius alle ore 01:37
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martedì, 17 ottobre 2006

Categoria : pet-o shop




Pausa

















Chiedo eventualmente scusa agli amici (e ai nemici) e ai malcapitati in questo orifizio cybernetico per questo mio lungo silenzio/assenza. C'è una vita al di fuori di qui.
Tornerò? Spero di si.

Estromesso da Stradivarius alle ore 17:01



martedì, 30 maggio 2006

Categoria : pet-o shop




Madang Resort Hotel

Il ragazzo stava muovendosi quatto quatto, il collo piegato innaturalmente, il braccio sinistro penzoloni con la mano chiusa sull’impugnatura della fionda e la destra a serrare la pezza contenete il proiettile, portava bermuda sfilacciati di jeans, t-shirt originariamente blu, stinta da vampate viola. Guardava in alto, molto in alto sui rami del grosso ficus beniamino proprio sopra la sua testa, attento a non smuovere troppo fogliame e fare eccessivo rumore.
Le flying fox si sarebbero spaventate e sarebbero svolazzate via, lasciandolo a bocca asciutta. Lui aveva fame, non mangiava qualcosa di sostanzioso da almeno un paio di giorni e doveva assolutamente abbatterne una, subito…

Flying Fox
Ma che cazzo! Sarà mica questo il modo di raccontare una storia nel duemila! Mi sembra un pezzo estirpato pari pari da I Misteri della Jungla Nera del vecchio Salgari buonanima…
Perlamadonna, sono qua in culo al mondo, in questa isola che come atmosfera esotica più stratosferica di così non si può, immerso fino al collo in una vegetazione rigurgitante, talmente soffocante da togliere il respiro a Maiorca e mi metto a descrivere in vetusto stile ottocentesco quello che si vedeva stamattina dalla verandina del cottage del mio Resort Hotel trestelle prima della sofferta ma sacrosanta defecazione quotidiana?
Prima di tutto a chi può mai fregare se questo povero cristo di indigeno deformato dalla fame deve alzarsi il mattino con questo assillante problema sul groppone e inventarsi questo modo così bizzarro di procurarsi il cibo? Accoppare a fiondate delle innocue flying fox per farsele arrosto tra foglie di banano, ma che razza di dieta è?
Le flying fox, lo dico per voi zotici ignoranti, sarebbero le volpi volanti, quei simpatici volatili appartenenti alla famiglia dei chirotteri che altro non sono se non innocui pipistrellacci, sì, proprio quelli che se ne stanno appesi a testa in giù ai rami più alti degli alberi. Di queste volpi qua ce ne sono grappoli immensi e tra l’altro sono pure caciarone. Farebbe proprio bene il meschino a farne secca qualcuna, fanno un baccano del trentadue, stamani mi hanno svegliato, con la complicità di quegli stramaledetti punzecchiatori invisibili dei pappa e taci (moschitos li chiamano in Costa Rica, che Dio li strafulmini) che saranno state, ora locale, le prime luci dell’alba.
Questa sottospecie di vampiri della mutua troppo cresciuti, appesi come stracci da meccanico bisunti, probabilmente strepitando a tutto spiano si scambiano, alla facciaccia nostra,  apprezzamenti sessuali prima d’accoppiarsi oppure notizie dove procacciarsi qualche frutto maturo da ciucciare visto che sono notoriamente vegetariani, al contrario di quello che pensano le signore Cesire arrivate fin qui tuttocompreso col Franco Grosso che al vederle strillano come tarantolate credendo da buone massaie arricchite che succhino sangue. Se così fosse figuratevi se proprio il loro plasma inquinato dai tortellini vanno a trincare!
O magari queste, essendo delle fox e quindi notoriamente furbe, se ne strafottono di quello che possiamo arzigogolare sui loro costumi e invece, dotate come sono di grande sarcasmo, stanno solo scambiandosi opinioni compassionevoli sugli umani e battutacce irripetibili sui quei pirla di turisti che osano arrivare fin quaggiù, tra mille disagi, in queste terre esotiche dimenticate da Dio, tanto lontane che più di così non si può.
Perché sappiate che ogni chilometro che fate in qualunque direzione, partendo da qui, vi avvicina al Belpaese e a tutti gli altri formaggini. Sto dicendo che siamo agli antipodi gente, cioè dall’altra parte precisa della palla, mica pugnette!
Avete mai sentito parlare di Papua Nuova Guinea, quel posto dove ci sono ancora i cannibali? Va bè, fa niente, tanto gli italiani sono i più grossi ignoranti del mondo in geografia, e non solo in quella. Siamo così imbranati che ci perdiamo appena fuori dalla city se siamo sprovvisti del Navigator GPS ultimo grido, tascabile, parlante, antipioggia e antitetano. E meno male che gli inventori, comprensivi, non l’hanno dotato anche di manine, altrimenti avremmo la faccia gonfia di schiaffi.
I giovani poi sono impressionanti. Ammesso che riusciate a staccarli dalle televideofotine della passera della fidanzatina o della minchia del montone di turno e farvi ascoltare a vivavoce umana per invitarli a cena, non riescono neanche a trovare la trattoria da Geppo, quella appena fuori porta. Sono talmente ignoranti che riconoscono l’Italia, giusto quella, nel pappamondo perché ha la forma di uno stivale.
E meno male per loro che c’è lo zio che, per tenere desta l’odiens, basta che abbiano il quoziente per mettere in fila quattro parole, li prende per mano spudoratamente e con la sua mimica furbastra gli fa untuosamente vincere sedicimila eurucci tondi tondi. Come minino. Se hanno un bel paio di tette anche il doppio.
E, visto che non sono soldi suoi ma di tutti quegli idioti che comprano i prodotti con la reclame, di rimbalzo anche nostri cazzo, se gli facessero un pompo arriverebbe anche al milione quello lì che, se non ci fosse mamma tivù, la vedrebbe col binocolo, la vedrebbe!
E poi dicono che siamo popolo di navigatori! Cristo, se passa questa è cappotto!
Ma quali navigatori e navigatori? Se tutte le volte che c’è una regata arriviamo ultimi e quando no, è perché abbiamo skipper neozelandesi o francesi… ma che cazzo! Navigatori? Non fatemi ridere, va là. Forse di Internet, eppoi neanche, chè anche lì siamo arrivati buoni ultimi e adesso tutti a pornochattare come degli assatanati che pare che l’abbiamo scoperto noi, il cyberspazio. Quanto siamo provinciali? Per averne un’idea basta guardare cosa sta accadendo al calcio. Dopo un secolo che tutti sapevano e tanti ce magnavano, adesso tutti a scandalizzarsi, sbattendo i ciglioni fingendosi schifati!
Uè dico, un copione che è iniziato, pappale pappale, come quello di Mani Pulite e che in uno slancio di italica fantasia (a proposito anche quella, che fine ha fatto?) qualche genio ha battezzato Piedi Puliti.
Ma… porcazoccola, com’è che sono finito a parlare di futbol? Meno male che non sono scivolato sul merdone politico, sennò apriti cielo! Per non dire del tempo e del traffico…

Ecco lo sapevo… come sempre finisce tutto in broda, uno inizia a scrivere pensando di raccontare mirabolanti avventure e raggiungere chissà quali altezze e si ritrova senza volerlo ad annaspare nel livore della quotidianità più becera e volgare, a sclerare contro le sfighe e le paranoie “della vita di tutti i giorni” e a sturare il malcontento che alberga dentro, oh quanto alberga!
Mi sa proprio che sia meglio chiudere qui questa maleodorante “prova di scrittura” lasciando spazio a chi, beato lui, alla poesia ancora crede e restarmene qui a Papua. Tra i cannibali.


Estromesso da Stradivarius alle ore 12:36



martedì, 23 maggio 2006

Categoria : viaggi




Temporale ad Alice Springs
C’è poco da fare, specialmente di buono, quando piove ai tropici. Quando piove ai tropici mica cadono gocce, l’acqua vien giù a mastellate e il cielo diventa così viola piombaceo che sembra che la fine sia arrivata.
Quando piove ai tropici son cazzi e devi solo aspettare che smetta. Ti scordi, quando piove ai tropici, di respirare aria, respiri acqua o, se ti va bene, vapore.
Mi sa che lassù qualche ingegnere genetico si sia sbagliato, ci doveva dotare di branchie se proprio voleva che andassimo ai tropici! Dicono che una volta lo eravamo, anfibi, ma adesso non più e per respirare abbiamo solo i polmoni, per questa ragione quando piove ai tropici rischiamo di soffocare.
Certe volte, in quei posti chiamati favelas dove i poveracci costruiscono abusivamente per stare in città ad ogni costo e spacciare un po’ di roba, quando piove ai tropici molte di queste baracche vengono giù insieme al fango e ci sono anche dei morti. Quando piove ai tropici succedono molte brutte cose e muoiono un casino di sfigati.
Se sei spaparanzato in un variopinto baretto a farti caipiroske quando piove ai tropici prima che smetta ti ritrovi mezzo ciucco con l’acqua ai polpacci.
Quei furbetti che si fiondano dentro litigandosi le sedie crepano di caldo. C’è troppa condensa sudaticcia nei baretti variopinti quando piove ai tropici.
Ma c’è anche una cosa di bello, quando piove ai tropici. Puoi ficcarti sotto la pioggia, con o senza costume, e se hai del sapone a portata di mano ti fai la doccia lì per lì, gratis. L’acqua è già giusta di suo e non serve nessun miscelatore del piffero per regolarla. Ai tropici prendi la doccia sotto la pioggia e mandi a fare in culo la tecnologia.
Quando piove ai tropici in quei torrenti di colore bruno rossiccio che sono diventate le strade, i ragazzini ricchi ci fanno navigare i motoscafetti telecomandati, quelli poveri pezzetti di polistirolo.
Perché ai tropici, di solito, mica ci sono fognature. E quando ci sono si intasano subito, occluse dalle foglie delle amendoeiras, i nostri mandorli, che ai tropici non ci somigliano per niente e hanno foglie larghe e rotonde, cedue, che quando piove ai tropici cadono, si mischiano alle sozzerie di strada (quelle che abbiamo anche noi che viviamo lontano dai tropici), fanno da tappo e l’acqua non scola più.
Questo mandorlo esotico produce pure un frutto che alla mandorla assomiglia, ma però non si mangia. Ai tropici il frutto che si mangia più frequentemente è un’altro. A seconda dei quartieri più o meno di lusso, può essere bianco bianco, bianco rosato, caffelatte, bruno, moro, ebano.
Può essere bello maturo, ma è più raro trovarlo e poi non conviene. Più facile imbattersi in frutti giovani, freschi freschi, ma già molto saporiti. Molto più saporiti dei nostri. Ai tropici li mangiano tutti, tanto i belli come i brutti.
Spesso ai tropici se ne fanno scorpacciate di questi frutti, specialmente quando piove, aspettando che smetta con le modelle che contano le paperelle, in una confortevole camera asciutta con frigobar e aria condizionata.
Quando piove ai tropici, ad essere onesti, dovresti vergognarti di avere mandato a fare in culo la tecnologia.
Credetemi, non c’è nient’altro di meglio da fare, quando piove ai tropici.



Estromesso da Stradivarius alle ore 00:08



venerdì, 19 maggio 2006

Categoria : viaggi




Il giovane se ne stava all’ombra dell’ulivo. Anche se rarefatta lo riparava, perché in quei primi giorni di Maggio, dopo un inverno tosto e un inizio di primavera incerto, il sole picchiava duro e quando gli fosse tornato appetito sarebbe stato molto meglio mangiare al fresco.
Che poi lì, sulle pendici erbose del Lago Flumendosa così verdi, di quel verde brillante nei toni volgenti al giallo acido, coi margini delimitati dal cespugliame novello e multicolore formato da un melange di corbezzolo, lentisco, ginepro e mirto, dai quali si spandono olezzando i più svariati profumi, primi quelli della ginestra e del rosmarino, l’aria, spazzolata dal maestrale, è tanto cristallina da ravvivare i colori come il trasparente sullo smalto e, fresca e aromatizzata com’è, mette subito in movimento i succhi gastrici.
Infatti, il giovane aveva sempre fame. E neppure avrebbe potuto sottrarsene, non poteva farci proprio niente, era una cosa troppo istintiva, atavica.
Stava per iniziare a mangiare di nuovo quando li sentì arrivare. Erano ancora lontani ma il rombo, inconfondibile, oltre il loro arrivo annunciava anche la velocità birichina alla quale stavano procedendo.
Non avrebbero tardato a sbucare dal curvone in alto, scorrevole e veloce, con il fondo rifatto da poco e in condizioni di aderenza perfetta per un motociclista che vuole il massimo grip. E tutti i biker degni di questo nome lo “sentivano” in quelle meravigliose strade della sua terra, lo si capiva da come piegavano, dai lampi di di luce degli occhi e dall’aura di adrenalina di cui erano pervasi, felici come topi nel formaggio.
Poi il rombo cambiò di tono diventando più cupo, passando a quel sordo rumore che il motore emette quando i corpi farfallati vengono chiusi. Si sarebbero fermati.
Questo non lo meravigliava, in quel punto si fermavano in tanti, vinti dal languore e dalla bellezza del panorama, tranne qualche incurabile smanettone che volava via rapito dall’ebbrezza della velocità,
Infatti non tardò molto a spuntare l’apripista seguito dai compagni tutti in fila indiana con la tipica andatura a scemare di chi si sta fermando.
Il giovane conosceva il punto dove lo avrebbero fatto e, rigirandosi assieme al gregge verso la piazzola poco più giù, s’apprestò ad assistere alla scena quasi liturgica cui era ormai avvezzo.
Questo era un bel gruppetto, circa una decina di moto, tutte di grossa cilindrata, diverse tra loro ma con lo stesso stemma rotondo a spicchi bianco e azzurri, tranne una.
Messa la stampella laterale ai mezzi meccanici e tolti i caschi, alle orecchie del giovane, cominciarono a giungere le esclamazioni dei centauri. Chi era stupefatto dalle splendide condizioni, dell’asfalto, chi dal panorama, chi dalla piega così stesa che aveva fatto, chi dalla tenuta dei pneumatici… Insomma, i soliti commenti di chi, come loro, viaggiava non solo per il gusto di viaggiare, ma anche per il virile piacere della guida, una cosa che pareva ormai riservata solo a quei mezzi a due ruote, a detta loro e di tutti quelli che li avevano preceduti.
Al giovane sarebbe piaciuto un sacco provare questa forte emozione e spesse volte s’era trovato a pensare come, nel suo stato, avrebbe mai potuto farlo, senza riuscire ad immaginare però una soluzione possibile.
Si limitò ancora una volta a tirare un sospirone e, tanto per diluire il magone, a sbocconcellare qualcosa, masticando senza mai perdere di vista la scena, perché si divertiva troppo nel cercare di interpretare le varie personalità di chi sostava lì. Ormai era diventato quasi un sport per tutti loro indigeni stanziali che potevano godere di tanto pochi,  bucolici passatempi.
Così, confortato dalla rassicurante ombra dell’ulivo, si cimentò nella divertente impresa di carpire le personalità e le sensazioni degli occasionali visitatori, cominciando in ordine d’arrivo, dal capo-branco cioè.
Questi era l’unico che viaggiava col passeggero, che in realtà era una femmina quindi una passeggera. Le altre selle delle rombanti cavalcature erano invece occupate tutte da esemplari maschi.

Quello che pareva il capoccia era a bordo di una panciuta moto nera. In realtà si trattava di un capone, in quanto, in pendant col suo mezzo, era piuttosto corpulento con una panza pronunciata e tesa quanto il ventre di una capra incinta. Però pareva non dolersene più di tanto, forse s’era abituato a convivere con quel barilotto, o forse s’era ormai rassegnato e, nonostante l’impaccio della mole, era molto presente, partecipe dell’emozione diffusa e il giovane captò distintamente che, frammisto all’evidente compiacimento per aver condotto il gruppo in quei posti di sogno dopo averli studiati tanto a tavolino, emanava pura soddisfazione per esserci fisicamente in quei posti, panza compresa, e non solo col pensiero.

La sua compagna, alta e magra, dalla pelle bianca e tratti inconfondibilmente nordici era tesa. Spaventata dalla velocità, ma soprattutto dai tratti di strada sui costoni, con l’abisso aldilà del guardrail. Soffriva di vertigini, ma nonostante la strizza era estasiata dalle bellezze che avevano riempito i suoi occhi in quella terra sì aspra, ma improvvisamente anche tanto dolce.
Il sacrificio di stare in sella tremante con l’ausilio dello Xanax, era abbondamente ripagato da ciò che stava vedendo. Solo quel blu cobalto spudorato che il mare ogni tanto esibiva! Un colore così se l’era solo immaginato, lassù nelle fredde terre in cui era nata.

Il secondo biker guidava una moto grigia, grossa e grassa quanto una mucca ed era in completa trance mistica. Gli occhi sprizzavano felicità e il cuore pompava gioia pura per calcare quel suolo agognato, per correre su quell’asfalto così rasposo, per aver finalmente “staccato” ed aver partecipato a quel viaggio che sognava dal lungo inverno, passato a serrare teste e calibrare valvole, tutte le volte che sul lavabo si puliva le mani dall’olio bruciato, invidiando le moto che vedeva partire e lui invece lì, a rimetterle in sesto al loro ritorno. Ma adesso c’era e, perdio, se li sarebbe goduti quei sette giorni, alla faccia dei tagliandi in attesa!

Il terzo non era ancora sceso dalla sua cavalletta bianca e grigia che già sbuffava nervose boccate dalla sigaretta accesa al volo, le mani tremolanti di adrenalina, gli occhi spiritati che sparavano allegria tutt’intorno. Era completamente fuori, eccitato per la bella tirata che avevano fatto poco prima di sbucare sul lago, dove il panorama li aveva costretti a chiudere per guardare lo spettacolo intorno, anziché il raggio di curva. Saltellava felice per raggiungere gli altri strillando parole entusiastiche. Dentro di sé non vedeva l’ora di rimontare in sella e ripartire sgommando.

Seguiva poi un tipo placido e tranquillo, con stampata sul viso un’espressione estatica e riflessiva. Lui, oltre che godere direttamente della guida, godeva della goduria altrui. Sì insomma, si masturbava cerebralmente nel vedere realizzati i suoi progetti, nel percorrere gli itinerari a lungo studiati assieme al battistrada, nel vedere gli amici divertirsi, gustare il viaggio, il gruppo unito, compatto e massiccio. Questo era bene, era il giusto modo di andare in moto. In buona compagnia, su e giù per posti meravigliosi. I problemi a casa.

Il prossimo era una freccia, la freccia del gruppo. Guidava sempre dentro la moto, pulito e composto, ma veloce come il fulmine. Era bello a vedersi, dentro e fuori la moto. Del fatto che era un bel ragazzo, se n’erano accorte parecchie femmine, ma per prima anche sua moglie che, dopo esserselo sposato, aveva cominciato a controllarlo. Inevitabilmente erano sorti un po’ di casini e stava attraversando un momento piuttosto burrascoso. Tutto questo non era una gran novità, specialmente tra le coppie moderne, ma forse c’era modo di rimediare. Lui ci stava provando. Per fortuna adesso era lì, a godersi quel viaggio, a respirare un po’ d’aria pura, incontaminata. Dio solo sapeva quanto bisogno ne avesse. Forse al ritorno avrebbe avuto idee più chiare, chissà. Adesso doveva solo pensare a dare gas, a volare da un tornante all’altro. Per le preoccupazioni c’era tempo.

Un lavoro avviato sul viale del tramonto, una professione seria intrapresa con serietà che gli aveva riservato parecchie soddisfazioni ma che, mutatis mutandi, partendo dalla sua lontana terra del sud, di quel sud ancora povero, ed arrivando fin dove era arrivato, da solo, era forse giunta al capolinea. Più di tanto non avrebbe potuto dargli e lui era un po’ stanco. Smettere adesso non sarebbe stata né una vergogna, né una resa. Figli non ne aveva, il rapporto con la compagna stabilizzato come il fondo di quelle strade sarde che stava percorrendo, cercando di non perdere il contatto con quella torma di diavolacci scatenati. Ma si stava facendo onore, al contrario delle prime uscite ora non lo staccavano quasi mai. Non lo aspettavano più e lui, di conseguenza, non si perdeva più. Questi erano i pensieri, permeati di soddisfazione, del quinto componente, quello della moto tutta rossa. Il giovane li captava chiari e forti, mentre il proprietario stava aspirando boccate da una sottile sigaretta, estraniato da ciò che lo circondava.

Quello dopo di lui era nuovo. Non d’esperienza motociclistica, che forse ne aveva più di tutti, ma di quella squadra. Aveva esitato un po’ a farne parte e partecipare a quella che si stava rivelando una splendida gita. Lui pensava di avere un altro passo, di doversi un po’ adattare abbassando il ritmo, invece era successo il contrario, lo aveva dovuto alzare. E di questo era ben felice, perché lui, in età più giovane, aveva anche calcato le piste e qui, nella magica Sardegna, aveva scoperto tracciati che alla pista nulla avevano da invidiare. Poco o niente traffico, curve ben raggiate, fondo superbo, compagni veloci e quindi… giù di polso a smanettare volando come un fringuello alle prime uscite. Bello, anzi, bellissimo. Sarebbe sicuramente tornato per un replay, in quei posti.

Grande e grosso, a bordo di una di quelle cavallette, la sua era rossa, l’ottavo componente era tranciato in tre pezzi, diviso com’era tra la libidine fotografica, l’ebbrezza della velocità e la passione per la tavola. Buona o mediocre che fosse, purchè ce ne fosse, imbandita e annaffiata di vino. O birra. Un crapulone a due ruote, uno spasso per gli altri che si sbellicavano tutte le volte al racconto del malcapitato compagno di stanza delle sue trombanti russate e cagate a raffica. Pareva che non fosse un uomo, ma un tubo digerente a due gambe dal carattere aperto e gioviale, sempre pronto alla smanettata e all’abbuffata. Però sensibilissimo, capace come pochi di vedere e apprezzare panoramiche o scorci, di cogliere espressioni o episodi, tronchi contorti o bianche spiaggette. Un fotografo nato, un novello pittore che al posto dei pennelli usava la tecnologia digitale della sua imponente Nikon. Una presenza che si notava soprattutto quando mancava.

Il giovane studiò anche gli altri due, gli ultimi della fila. Uno pilotava una moto identica a quella del capone, ma di stazza era la metà. Lui, non la moto. Magrolino e agile, lo sguardo acuto, il pensiero diviso tra la magnifica sensazione data dall’ebbrezza della velocità e quella della libertà. Libertà dagli impegni del lavoro, assillante, incombente, nonostante il valido aiuto della moglie. Era riuscito a ritagliarsi questo viaggio e qualcun altro l’aveva in programma, ma avrebbe voluto fossero molti di più. Amava viaggiare in moto, al contrario dei faticosi e noiosi viaggi in macchina all’estero, in quei paesi dell’est europeo dove s’era costretti a portare la produzione se ancora si voleva guadagnare qualche lira. Anzi, qualche euro. Ma era cosa sempre più difficile, sempre più competitiva, aspra, non come la gara con questi amici tra queste superbe montagne.

L’altro, l’ultimo, ma non ultimo in marcia, era bello rotondetto, ma andava come uno magro. Anche di più. Amico di amici, partecipava spesso alle loro gite, il suo mezzo era un po’ diverso, color dell’argento, aveva un nome un logo che ricordava qualcosa di musicale. A lui piaceva la velocità, quella vera. Del panorama o dei siti storici gliene poteva fregar di meno. Abituato alla pista o a tracciati da brivido, si era adattato agli altri e al loro modo di andare e si difendeva più che bene anche nel misto. Fumava come un turco e mangiava come un orco, i suoi modi bruschi, le sue battute caustiche. Ma adesso più che mai si sentiva uno di loro, si stava divertendo troppo, il posto, le strade e la cucina non potevano essere migliori. Gli piaceva godersi il percorso fluttuando preferibilmente nelle retrovie per poi scatenarsi nei tratti dove il ritmo aumentava e poteva liberare i centoquaranta cavalli e passa del suo motore.

Mentre finiva di interpretare questo ultimo personaggio, il giovane s’avvide del cambiamento nei movimenti del gruppo. Movimenti che annunciavano la ripartenza e ne fu addolorato, gli erano piaciuti quei ragazzacci, non più implumi, ma dall’animo di giovincelli, allegri e genuini rappresentanti della ruspante razza romagnola. Quella de mutor, non quella delle vacche.
Avrebbe desiderato che sostassero ancora un poco, magari avrebbe cercato pure di comunicare in qualche modo la sua istintiva simpatia nei loro confronti, ma non ebbe tempo. Il capone s’infilò il casco e fu come un segnale.
Chi fumava tirò l’ultima boccata e poi gettò il mozzicone pestandolo con lo stivale, chi s’era alleggerito iniziò a rivestirsi stiracchiandosi, chi s’era allontanato per scattare foto ritornò alla piazzola, in quattro o cinque si avvicinarono alla siepe di fichi d’india sbottonandosi la patta, urinarono e scoreggiarono e poi si avviarono alle loro motociclette con lo sguardo soddisfatto, scambiandosi battutacce da caserma sulla prostata.
Nel vederli avvicinarsi al prato, il cane pastore che fino a quel momento se n’era rimasto tranquillo all’ombra pelata della sughera, credendo chissà cosa, s’era alzato di scatto latrando ma senza troppa convinzione, e s’era avvicinato ai piscioni, fermandosi però a debita distanza.
Infine s’era acquietato, rendendosi conto che non stavano facendo nulla di losco e non costituivano pericolo per il gregge intruppato sotto gli ulivi.
Il giovane lo guardava con la coda dell’occhio mentre era concentratissimo sull’attività dei biker intenti a rimontare in sella. Ben presto giunse al suo orecchio il raschio sgradevole dei motorini d’avviamento seguito dal rombo consapevole dei motori. Il capone fece salire la passeggerà e s’avviò seguito ad uno ad uno da tutti gli altri. Non tardarono a sparire oltre la prima curva e con loro si spense il rumore.
Il giovane rimase in attesa, sapeva che da lì a poco li avrebbe risentiti, lontani, col tono del motore più rabbioso perché la strada laggiù era in salita, il rumore sarebbe rimbalzato ancora per qualche secondo riecheggiando, poi più niente.
Oltre il passo si apriva la lunga discesa che li avrebbe portati alle splendide coste del sud, dapprima Villasimius, poi, molto più a ovest, Teulada e le magnifiche spiagge di Chia, l’antica Bithia.
Il giovane lo sapeva non perché ci fosse stato, ma per aver ascoltato i racconti di molti suoi simili, provenienti da quelle zone. Era rimasto giorni interi, rapito, ad ascoltare di questi posti lontani.
“Bee-ee” Qualcuno lo stava chiamando.
GreggeIl giovane si girò, la sua amichetta lo stava guardando con luce speranzosa negli occhi. Lui brucò ancora qualche ciuffo di erbetta, non sarebbe durata ancora a lungo così fresca, tenera e saporita. Presto sarebbe arrivata l’arida estate, a quell’altezza tutto si sarebbe seccato e loro avrebbero dovuto migrare più in alto, in cerca di pascoli migliori.
Ma ogni cosa a suo tempo, oggi non voleva pensarci, oggi era troppo felice. Aveva avuto il suo spettacolino, la giornata era stupenda, l’aria frizzante, lui era pieno d’energia ed era soprattutto contento perché poco più di un mese prima era sopravvissuto alla Pasqua, quando molti dei suoi amici erano inspiegabilmente spariti.
Era tanto felice perché forse avrebbe vissuto ancora un anno intero, nel prato c’era ancora tanta grassa erba da brucare e la sua amichetta lo stava aspettando vibrando le orecchie.
Partì saltellando sulle quattro zampe attento a non scivolare con gli zoccoli e la raggiunse sul pratone.
Del gruppo di motociclisti il giovane agnello s’era già dimenticato.


Estromesso da Stradivarius alle ore 11:50



mercoledì, 19 aprile 2006

Categoria : enigmi




Non è poi così lontana Timbuctù, la strada è lunga e dritta come le gambe di Babalù… la canzone mi ronzava nella testa da un po’. O forse non era neppure una canzone.
Eppure sentivo un ritornello, sfumato e dolce. Ma c’era troppo fumo lì, e caldo.
E dentro di me la vescica premeva, gonfia di birra, di sogni, di rabbia.
Dovevo andare a Timbuctù. Ma dopo, prima il cesso. Mi alzai e non riuscii a capire perché proprio allora dovesse tirare il terremoto, mi salvai dal ruzzolare tra le cimici del pavimento aggrappandomi ad un omone irsuto e puzzolente.
Questo si girò ridendo e lo contraccambiai alitandogli in faccia un rutto, l’omone lo scansò spintonandomi via, ma riuscii a mantenermi in piedi.
Il terremoto era passato, era stata una scossetta di poca magnitudo. Feci spallucce e mi avviai verso la grata, di là, al posto della finestra, una specie di persiana inchiodata alla buona dalla quale filtrava l’abbacinante luce del giorno.
Tra una fessura e l’altra si vedeva la pista con le sagome svettanti e ardite dei timoni dei grossi aerei. Su tutto quel fischio in testa, lacerante.
Mentre orinavo spandendo qua e là il fischio scemò, divenne più acuto e poi, lontano, sparì. Alzai gli occhi distogliendo la mira e vidi una sagoma argentea luccicare sull’orizzonte tremolante e poi svettare con un grido rabbioso in cielo.
Allora mi ricordai che dovevo andare via di lì, subito. Prima possibile.
Dovevo andare a Timbuctù. Non mi ricordavo perché, ma questo dovevo fare. L’acqua del lavabo era calda di caldo, non c’era sapone ma riuscii lo stesso a  togliermi l’olio della pelle e un po’ di stordimento. Mi avviai allo stanzone delle partenze simile ad un forno gremito di gente, perlopiù sfaccendati e curiosi vestiti in modo bizzarro.
Alle informazioni biasicai la mia destinazione ma il nero di là dal banco mi squadrò beffardo. Stava dicendomi che non era possibile, che non c’erano voli per Timbuctù.
Ma io insistetti. Devo assolutamente andare a Timbuctù, e subito! Dissi quasi gridando guardandolo ferocemente negli occhi venati di rosso.
Ottenni uno sguardo ancora più assente di prima. Non ne avrei cavato nulla. Gli chiesi quale era il primo volo in partenza. Lì non sarei potuto restare un attimo di più.
“C’è un aereo per Kampala, in Uganda, ma…” Sembrava imbarazzato.
“Ma, cosa?”
“E’ un volo poco sicuro signore, una compagnia privata e…” Non lo lasciai finire. La solita storia della sicurezza dei voli, dell’affidabilità degli aeromobili, eccetera. Panzane. Quando deve succedere succede. Gli aerei cadono ogni tanto. Anche quelli dei paesi ricchi. E a me non fregava un tubo, dovevo andare via subito di lì, era importante.
“Non si preoccupi giovanotto, mi dia un biglietto, quando parte?”Japan Cut Three
Al check-in la ragazza mi guardò in modo strano. Anch’io trovai in lei una cosa strana. Era bianca. Giovane, piccolina e bianchissima. Avevo sempre visto lunghe ragazze dalla pelle nera in quegli aeroporti, questo era la cosa strana, per me. Eppoi era molto carina, troppo per essere proprio lì, in quel posto. Ma la cosa mi piacque.
“Sarà a bordo?” Le chiesi.
“Certo signore. Bagaglio?”
“Non ho bagaglio” Risposi. Lei mi guardò in modo ancora più strano, sembrava interessata a me. Alla mia persona. La cosa aizzò la mia fantasia e mi trovai eccitato. Incredibilmente eccitato, non succedeva da tanto di quel tempo che dovetti toccarla con mano, la mia eccitazione, da dentro le tasche dei larghi pantaloni di lino sdrucito.
Che ci vedrà, mi chiesi, quella sventurata giovane in un corpulento cinquantenne, anche un po’ trasandato? Ma che idiota! Ci avevo persino creduto, a quello sguardo. Chissà invece cosa passava in quella testolina!
Poi successero cose di seguito una all’altra prive però di scansione temporale, con me stesso al centro di una scena che mi vedeva protagonista e nel contempo spettatore.
Succedono davvero cose strane a chi deve andare per forza a Timbuctù. Dicono sia normale su queste rotte.
Me lo dice anche il mio vicino di posto che non so se sia uomo o donna. E’ qualcuno, qui accanto a me che, di quando in quando, mi spiega i fatti.
Succede tutto adesso, il trabiccolo comincia a rullare sulla pista scodando qua e là. Io sono sistemato in fondo alla cabina, aldilà della tenda che la divide in due. O forse in tre, ma questo non ha importanza, in questo reparto ci sono poche persone, fatico a contarle perché le vedo poco, sono tutte scure e pare che siano indifferenti a quanto succede qua dentro. In questo culo d’aereo dove fa un caldo bestiale e manca l’aria.
Siamo da poco in volo quando arriva Maria. Maria è l’hostess, la stessa ragazza del check-in, piccola, bianca e carinissima. Anzi, con quel suo grembiulino scollato a quadrettini, che fa tanto camerierina, è proprio bella. Molto attraente, direi quasi provocante. Mi sento di nuovo eccitato e non so spiegarmi perché.
Lei mi si avvicina e mi parla. Mi chiede qualcosa, non ricordo cosa. Non ricordo neppure se le rispondo. E’ molto vicina e la sua bocca quasi mi sfiora, sento il suo odore.
Forse ho risposto qualcosa perché lei s’allontana. Il mio vicino, l’unico vicino che c’è adesso, gli altri sembrano spariti, mi sussurra qualcosa sorridendo. Capisco solo che sorride vedendo la sua arcata candida nella semi oscurità.
Poi arriva la musica, un pezzo africa jazz, molto ritmato. Forse Mori Kante. A me piace, mette il sangue in movimento, forse dialoga con i globuli rossi, o forse è solo magia.
Succedono spesso cose strane a chi deve andare a Timbuctù, mi dice qualcuno.
Maria ritorna al ritmo della musica e balla. Balla davanti a me.
“Balla per te vedi?” Mi dice il mio vicino. Mi giro e stavolta vedo solo gli occhi, bianchi sullo sfondo scuro.
Maria si avvicina, le sue movenze sono sensualissime, mai volgari. Sono molto eccitato, lo convengono anche i miei pantaloni. Lei mi guarda e mi sorride.
“Voce è muito charmoso” Mi soffia in un orecchio.
Non sapevo che in Uganda si parlasse portoghese. Ma forse Maria lo è. Adesso c’è tanta gente attorno, in quello scomparto in coda all’aereo, aldiqua della tenda. Tutti mi guardano e sorridono, coi loro bianchi denti. Ed io sono sempre più eccitato e imbarazzato.
Maria continua a danzare, mentre la musica si fa più ritmata, sembra viva. Come lei, anche lei sembra viva. E calda. Maria mi vuole e me lo sussurra.
“Vieni a dormire a casa mia”. Il suo invito supera le note tribali.
“Vai a dormire a casa sua”. Cantano in coro gli astanti. Sono tutti felici di come stanno andando le cose.
Maria si spoglia a tempo di musica, il suo corpo è perfetto, giovane e caldo. Più caldo dell’aria intorno.
Sono andato a “dormire” a casa sua, a Kampala, in Uganda.
Succedono cose troppo strane a chi deve andare per forza a Timbuctù.


Estromesso da Stradivarius alle ore 10:17



venerdì, 14 aprile 2006

Categoria : autoscontro




Non scrivo più. Ho poco tempo e ancor meno voglia. Lui passa, corre veloce e io devo tener botta, stargli perlomeno alla pari. In fondo scrivere e vivere sono due cose diverse.
Così per fortuna è arrivata la buona, si fa per dire, stagione. E ho ricominciato a correre in moto illudendomi che il traffico non esista, che gli altri non esistano. Almeno quando sono in strada. Per uno che sa guidare ancora qualcosa si può fare. E’ difficile, ma si può fare. Finchè non verrà la bomba atomica a fare un po’ di spazio e rimettere le cose a posto, a misura umana.
Gli altri dicono che vado forte, troppo forte per la mia età. Io in realtà non corro, sono veloce. E quando sono in moto viaggio. In ogni senso. Con tutti i sensi.
Per adesso solo day cruisier, al massimo bi-day, poi verranno viaggetti più lunghi (vedi centaurus), infine arriverà l'estate.
Arriva tutti gli anni. Almeno così dicono.
Per me non so quanto potrà durare, io cercherò di farla durare al massimo. Non l'estate, la sua venuta. Più volte possibile, anche se non saranno tantissime.
Ma un bel giorno dovremo pur finirla, la nostra corsa, sventolerà questo cazzo di bandiera a scacchi una buona volta, no? Tanto oltre la corsa attorno c’è il nulla.
E quella volta faremo il pacco, moto dal rottamaio e noi a casa, bè sì, insomma… si fa per dire.
L’importante credo sia non fermarsi a ripensare alle cadute, ma quella volta, quella lì, quella dell’ultimo traguardo, spento il motore a che cazzo penseremo?


Estromesso da Stradivarius alle ore 05:20



mercoledì, 01 marzo 2006

Categoria : emotion




Tappabuchi
Cadono, anzi spingono, premono, si affollano,
dritti o contorti.
Lubricamente vivi.
Una lama che si rigira, caldo metallo nel freddo sangue.
Un cuore piccolo e strozzato.
Dove sei coscienza, e tu, polveroso coraggio?
Parole potenti, prevaricanti.
Vibrazioni tanto forti da plasmare la volontà.
Energia dominante.
Emozioni, liquido caldo che gocciola via da occhi arrossati.
Gola che pulsa e petto che pare scoppiare.
E’ pianto.
Di cosa, per cosa?
Per tutto, per tutti.
Per niente.
Per me, per la vita, la mia vita.
Una vita, cento vite, un milione di vite sbagliate.
Errori della natura.
Ma non piango di me, no.
Non c’è più nulla da piangere.
Mi compiango.
E questo è triste.
Anzi tragico, perché si può essere tristi per tutto o per niente,
ma non per sé stessi.
Una forza cieca mi spinge a scrivere,
ma sulla tastiera le dita rimangono mute.
La testa vuota d’idee, piena solo di bollicine che vorrebero uscire tutte assieme.
Si urtano, si comprimono, per disintegrarsi in un soffio di gas.
Impalpabile aria, nulla furtivo.
Rutto fatto di niente.



Estromesso da Stradivarius alle ore 13:33



giovedì, 09 febbraio 2006

Categoria : pet-o shop




Se anche tu eri un bambino negli anni 50, 60 e 70 la domanda è: Come hai fatto a sopravvivere?
 
Noi da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag.
 
Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto (oggi si chiamano pick-up) era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.
 
Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con pitture a base di piombo.
 
Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.

I giocattoli erano fatti di qualsiasi tipo di materiale, non omologato, sicuramente tossico.
        
Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco. Doll BN
 
Bevevamo l'acqua dal tubo del giardino, invece che dalla bottiglia dell'acqua minerale senza particelle di sodio.
 
Trascorrevamo giorni interi costruendoci carrioli coi cuscinetti a sfera, quei fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano subito e solo a metà corsa si ricordavano di non avere freni. Dopo rovinosi capitomboli imparammo a risolvere il problema. Noi ci infilavamo nei cespugli, non nelle auto!
  
La scuola durava fino a mezzogiorno, arrivavamo a casa per pranzo. Da soli. Se facevamo buco non avevamo cellulari quindi nessuno poteva rintracciarci.

Uscivamo a giocare con l'unico obbligo di rientrare prima del tramonto.
 
Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, ma non c'era alcuna denuncia per questi incidenti. La colpa era solo nostra.

Le tettoie sotto le quali ci rifugiavamo per la pioggia o ci nascondavamo quando giocavamo agli indiani erano di Eternit.

Quando combinavamo qualcosa di brutto mamma e papà ce le davano di santa ragione e nessuno ha mai reclamato a telefono azzurro, neanche ci immaginavamo che potessero inventarlo! Semplicemente la volta dopo non la facevamo più.
 
Mangiavamo biscotti, pane, burro, ciccioli, patate fritte con lo strutto, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso perché stavamo sempre in giro a correre e saltare.  
 
Adesso ci si infetta di orribili malattie, noi ci dividevamo una bibita in quattro bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno è mai morto per questo.
 
Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, videogiochi, televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personali, computers, chatroom su Internet. AVEVAMO INVECE AMICI.  
 
Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell'amico, suonavamo il campanello, se c’era, o semplicemente entravamo. Lui era lì e uscivamo a giocare. 
 
Si! Lì fuori! Da soli! Nel mondo crudele! Senza un occhio vigile! Senza baby sitter! Come abbiamo fatto?

Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre e non tutti venivano scelti ma gli scartati non subivano delusioni così cocenti che potessero trasformarsi in traumi. 
 
Certi studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione; semplicemente aveva una seconda opportunità.
 
Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità... e dovevamo imparare a gestirli.

Oggi sicuramente diranno che siamo noiosi, però siamo stati molto felici!
 


Estromesso da Stradivarius alle ore 14:49